«LIGHTHOUSE - David Crosby» la recensione di Rockol

David Crosby - LIGHTHOUSE - la recensione

Recensione del 30 ott 2016

La recensione


di Paolo Panzeri

Nel 2014 ”Croz” salutava il ritorno solista di David Crosby dopo ventuno anni di silenzio discografico. Ventuno anni trascorsi a rimettere insieme i pezzi di una vita che dopo i fasti degli anni sessanta e settanta, giunta l’età di mezzo, si è persa in una serie di traversie che lo hanno seriamente portato molto vicino a cantare al fianco degli angeli. La forma fisica e l’equilibrio psicologico ora sembrano del tutto ritrovati, all’età di settantacinque anni lui dice che l’unica cosa che lo manda ai matti è la situazione politica in cui versa la sua America. Sulla situazione politica non mi esprimo, ma lo stato di salute ritrovato è un fatto incontrovertibile. Insomma, se prima ci sono voluti ventuno anni per fare un album e ora solo un paio…più di un qualcosa starà pur a significare.

Per dare alle stampe questo suo quinto album solista di studio il musicista californiano ha voluto al suo fianco, con grande intuizione vista la complicità creatasi, – in qualità principalmente di produttore, ma anche di musicista e, per non farsi mancare nulla, pure di co-autore di alcune canzoni presenti nel disco - il 32enne Michael League componente del combo newyorchese dal sapore jazzy degli Snarky Puppy. La notevole differenza di età tra i due ha funzionato alla grande. Di più, è stato uno dei segreti per la buona riuscita del prodotto finale. Il giovane ha donato linfa ed energia al vecchio eroe della controcultura che, a detta di League, si trova in questo momento nel periodo più fecondo, quanto a scrittura di canzoni, della sua carriera. Al netto di questa dichiarazione, è indubbio che ‘Croz’ sia parecchio in palla. Pare infatti che lavorando a “Lighthouse” abbia accumulato materiale in abbondanza, solo volendo potrebbe addirittura pubblicare un altro album (e non è detto che non lo faccia). Tra i molti segnali che stanno a testimoniare la buona armonia intercorsa tra i due il fatto, ad esempio, che “Lighthouse” non abbia avuto bisogno di una biblica lavorazione ma che sia stato registrato negli studi Groove Masters di proprietà di Jackson Browne a Santa Monica, in sole due settimane.

L’ascolto del disco porta a un viaggio nell’universo musicale più caro a Crosby e non delude. Chitarre rilassate spesso acustiche, una voce che è sempre all’altezza della situazione, atmosfere da west coast, piano e organo (sorprende l’assenza dietro le tastiere del figlio Raymond, presenza ormai fissa da anni al fianco del padre e con il quale è tuttora in tour). Del tutto assenti le percussioni. Come ha rimarcato lo stesso Crosby, ‘La sola percussione che si può ascoltare è quella del mio anello nuziale che batte sulla chitarra’.

In rete si può facilmente trovare un video promozionale del ‘dietro le quinte’ di “Lighthouse”. Lì si ha la possibilità di ammirare Crosby, il solito Crosby: baffoni e capelli lunghi, sempre più candidi. I segni del tempo che inclemente scorre sono bene impressi sul suo volto, ma non sono riusciti a cancellare quell’espressione beffarda che lo ha sempre contraddistinto. Segni del tempo che sono inevitabilmente bene impressi anche sui nostri di volti, ma che non sono riusciti a cancellare quell’espressione soddisfatta che abbiamo quando ascoltiamo la sua voce.
 

 

TRACKLIST

02. The Us Below (03:42)
03. Drive Out to the Desert (04:16)
04. Look in Their Eyes (04:39)
05. Somebody Other Than You (04:24)
06. The City (04:45)
07. Paint You a Picture (04:25)
08. What Makes It So? (04:00)
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