«GOLDEN GREATS - Ian Brown» la recensione di Rockol

Ian Brown - GOLDEN GREATS - la recensione

Recensione del 15 nov 1999

La recensione

“Be There”. Parte da quel bellissimo, ipnotico brano, scritto qualche mese fa insieme a James Lavelle, dopo le session di “Psyence fiction” (il disco d’esordio di UNKLE), il nuovo corso di Ian Brown. Ed è un corso che si prospetta, fin dal primo ascolto, brillante, dorato (come preannuncia il bene augurante titolo dell’album). In linea con la produzione dal megaprogetto pensato da James Lavelle insieme a DJ Shadow (UNKLE, appunto), questo secondo disco di Ian Brown è una bella sorpresa che ci fa dimenticare l’imbarazzante esordio solista dell’ex cantante degli Stone Roses (“Unfinished monkey business”). Già, perché questa volta Ian Brown sembra aver trovato un modulo sonoro appropriato alla sua voce. In “Unfinished monkey business” (e anche negli ultimi concerti degli Stone Roses), seguendo un ipotetico vettore musicale che corrispondesse a una vaga idea di nuovo folk, più che un cantante professionista Ian sembrava uno stonatissimo ubriaco arrivato per caso davanti a un microfono. Ora le stonature sono un brutto, lontano ricordo. E questo non vuol dire che Ian sia andato a lezioni di canto. E’ solo che l’intreccio sonoro che si avvolge intorno alla sua voce gli permette di portare a galla quel suo cantato “estatico”, tra l’ipnotico e il paranoico, che aveva dato lucentezza al pop chill out dei primi Stone Roses. Ed è un intreccio sonoro, quello di “Golden greats”, che parla il linguaggio del trip hop, che accosta uno strumento sacro per il pop e il rock come la chitarra (indifferentemente acustica o elettrica, quasi mai usata per creare riff ma più che altro manipolata per imbastire pattern e tessiture ipnotiche) a linee di basso techno, a loop da ambient music, a groove di funk digitale (come avviene in “Love like a fountain” e “Dolphins were monkeys”). La forza di “Golden greats” sta qui: nell’aver saputo integrare con sapienza cultura pop/rock e inflessioni che appartengono alla dance e alla club culture (prurito innegabile per Ian). Ma soprattutto, ciò che fa la differenza in “Golden Greats” è proprio quella voce “stonata” di Ian, elemento aggiuntivo che, rispetto ad esempio a “Psyence fiction”, riesce a dare all’album quella continuità che invece era venuta a mancare ad UNKLE. Imperdibile per tutti coloro che avevano intravisto in “Psyence fiction” uno spiraglio di luce per un crossover ipotetico tra pop e trip hop.

TRACK LIST
“Getting high”
“Love like a fountain”
“Free my way”
“Set my baby free”
“So many soldiers”
“Golden gaze”
“Dolphins were monkeys”
“Neptune”
“First world”
“Babasonics”

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