«ASTEROID - Mr. Bison» la recensione di Rockol

Mr. Bison - ASTEROID - la recensione

Recensione del 21 lug 2016 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Quando fa troppo caldo è buona cosa bere molto, stare all’ombra, e non uscire nelle ore più calde della giornata. E’ altresì consigliato dedicarsi ad attività ricreative in grado di dare immediato sollievo e che, possibilmente, non comportino uno sforzo eccessivo. Nel novero di queste ultime inserirei a pieno titolo ascoltare il nuovo dei Mr. Bison. Perché c’è poco da girarci intorno: il rock arrugginito, lo stoner e l'heavy blues più grezzo sono un toccasana per tutti i mali. E i tre ragazzi che li producono sono assolutamente in grado di guidare questa macchina sforna riff a tutta velocità, senza fermarsi se non per ricominciare da capo. I Mr. Bison sono un trio nato a Cecina nel 2009, Matteo (chitarra e voce), Federico (chitarra e voce) e Gabriele (batteria), che prende il nome dal noto personaggio di Street Fighter, il videogioco anni Ottanta. Mr. Bison che si legge come si scrive, rigorosamente all’italiana come migliaia di ragazzi hanno sempre fatto e continuano a fare anche ora che non sono più ragazzi. I Nostri si presentano al mondo un paio di anni dopo la fondazione con l’ep “We don’t like love songs”, che per come la vedo io è un buon modo per mettere le cose in chiaro fin dal principio. Fuori la melensaggine e qualsivoglia pretesa, dentro la forza dirompente che solo due chitarre e una batteria lanciate a rete possono regalare.

E se su “We’ll be brief” avevamo già potuto apprezzare questo matrimonio quantomeno insolito (perché comunque un bel basso uno pensa possa starci sempre bene), con il nuovo “Asteroid” possiamo finalmente certificare la bontà del progetto, garantendo la piena maturità di un gruppo ormai completamente a proprio agio con la materia. Dieci i pezzi in scaletta, da manuale. Dieci sferragliate che sanno parecchio di Stati Uniti, com’è giusto che sia, ma che comunque non sfigurano mai in un confronto che spesso invece è perso in partenza. I pezzi hanno il tiro giusto, a cominciare dall’opening “Black crow” che non si fatica ad immaginare in apertura anche dei live della band, passando per l’ottima ballata per moonshiners “Full moon”, dove spicca un plotone di fiati notevole, in grado di impastare ancora meglio l’amalgama già vincente di questo trio che effettivamente non è mai del tutto stoner o rock o blues, ma che sa pescare abilmente da tutti e tre i generi. Molto bene anche “Russian roulette” e “Prison”, fucilata di poco più di due minuti, e la conclusiva “Hell”, davvero una chiusura notevole.

Tutti pezzi che rendono giustizia ad un’immagine di copertina che dice già in partenza un po’ tutto quello che c’è da dire su questo disco: un’hot rod marchiata 666 che derapa nel deserto, sotto una pioggia di meteoriti. Game. Set. Partita.

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