«THE SCIENCE OF THINGS - Bush» la recensione di Rockol

Bush - THE SCIENCE OF THINGS - la recensione

Recensione del 10 nov 1999

La recensione

Nelle interviste non è mai stato un gran simpatico, Gavin Rossdale, anzi sembra proprio uno che se la tira un po’. Però a scrivere bisogna lasciarlo stare. S’era capito da subito, da quando “Sixteen stone” aveva portato la musica del gruppo negli States per farla poi rientrare in Europa da fuori – eh sì, perché nonostante il suono grungesco di quel disco i Bush sono inglesi – che quel satanasso aveva talento. “Come down” era solo la punta di diamante di un album vergine e convincente, in cui le citazioni di un certo mondo musicale appena diventato famoso venivano comunque stemperate da un’onestà d’intenti che i Bush non hanno mai perso. Da allora di cose ne sono successe, compreso assistere alla pubblicazione di un album di brani remixati e triturati come “Deconstructed”, ma “The science of things”, che arriva adesso nei negozi, è veramente un gradito ritorno. Il suono è cambiato, reso ancora più asciutto e moderno, come mette in mostra il singolo apripista, “The chemicals between us”, già presentato ondine e di sicuro uno dei momenti migliori dell’intero lavoro. Il meglio di sé i Bush sembrano darlo proprio su brani di questo tipo, brani veloci e monolitici, che si permettono giusto qualche cambio di tempo ogni tanto, e che sposano egregiamente la potenza suonata e sudata di una rock band con le contaminazioni elettroniche che aggrediscono il muro sonoro da più lati. Ne esce fuori qualcosa di molto riverberato, sgranato, eppure compresso dal lavoro di missaggio fino a creare un canale attraverso cui fluire potente. “Warm machine” è un inizio di disco eccellente, “Prizefighter” cattura Gavin Rossdale in una delle sue migliori performance cantate, “The disease of the dancing cat”, con il suo riff sabbatico, è quasi meglio. Ma non è tutto qui, anzi: rifatevi la bocca con “Mindchanger”, Altered states”, e consumate pure tutto il Cd senza paura. “The science of things” non chiede di meglio. Allontanato a calci il pericolo di sembrare per tutta la vita i Pearl Jam inglesi, i Bush si sono presi la loro rivincita e hanno sfoderato un album che suonato dal vivo potrebbe fare a pezzi un bel po’ di locali. Non vediamo l’ora….
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