«SOMEBODY'S CHILD - Judith Owen» la recensione di Rockol

Judith Owen - SOMEBODY'S CHILD - la recensione

Recensione del 09 ago 2016 a cura di Vittoria Polacci

La recensione

Nel suo undicesimo album “Somebody’s child”,  Judith Owen ci introduce in un viaggio. L’itinerario è infatti dedicato alle reazioni a tratti insensate, a tratti invece prevedibili dell’animo umano, dagli scenari di vita quasi comici a quelli più profondi e degradanti. Il messaggio che persiste, brano dopo brano, è che alcune situazioni accomunino un po’ tutti, e che i sentimenti di perdita, accettazione, disagio e contraddittorietà facciano capolino nella nostra esistenza più di quanto si creda. Si parte dalla title track “Somebody’s child”, in apertura del disco, ispirata dalla visione di una donna tossica, incinta e derelitta. La Owen la guarda vagare per le strade di Manhattan, e percepisce un senso di inadeguatezza e vergogna: la coscienza che potremmo andare a fondo da un momento all’altro, cadere in basso, perché siamo tutti uguali, e tutti “figli di qualcun’altro”. Un’introduzione d’impatto a un mondo fin troppo umano, che alleggerisce il tiro sul pop sornione di “Send me a line”, dedicata a tutti coloro che spesso scrivono messaggi dei quali vanno poi a pentirsi. 

Declinando in una veste personale la lezione del cantautorato californiano di fine anni ’60, tra gli altri Joni Mitchell e James Taylor - dal cui giro arrivano i musicisti che hanno lavorato all'album - la cantautrice di origine gallese affianca i temi personali e sofferti ad arrangiamenti che spaziano dagli spunti jazz di “I know why the sun shines” al groove di sapore R’n’B di “Arianne”, passando dalla placida cover di Bryan Ferry “More than this”. Non manca la piccola gemma d’amore dedicata al marito Harry Shearer, “That’s why I love my baby”, dalle sensualissime tinte blues. In “No more goodbyes” la storia struggente di un addio è incorniciata dalla centralità del piano e alimentata dalla malinconia degli archi, mentre in “Tell the children” la dimensione cantautorale del testo (brano incentrato sul futuro del pianeta) è racchiusa in un arrangiamento ricercato, con la chitarra di Waddy Wachtel fa da contraltare acuto al suono tendenzialmente cupo del piano. 

Questa ultima fatica di Judith Owen si presenta dunque sotto il segno di un’inesauribile versatilità musicale, accompagnata da testi impegnati, talvolta forse ai limiti della spontaneità, in cui la voce domina, ora suadente ora affilata, e si amalgama con il sound fresco di Leland Sklar al basso, della batteria di Russell Kunkel e del violoncello di Gabriella Swallow.     

 

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