«RUN DEVIL RUN - Paul McCartney» la recensione di Rockol

Paul McCartney - RUN DEVIL RUN - la recensione

Recensione del 02 nov 1999

La recensione

Abbiamo aspettato un po’ per recensire questo disco. Forse perché speravamo che qualche ascolto supplementare ce lo facesse piacere di più. In fondo, chi scrive - nella querelle beatlesiana fra sostenitori di John Lennon e sostenitori di Paul McCartney - si è sempre schierato dalla parte di questi ultimi. Premesso questo, e premesso anche che il rock’n’roll tradizionale, “classico”, non fa parte del nostro bagaglio culturale di italiani - il che può spiegare la nostra scarsa emozione nel vedere riscoperte certe facciate B di 45 giri che da noi non vennero mai pubblicati - diciamo, finalmente, che questo album ci ha lasciati tiepidi, anzi freddini. L’operazione, consistente appunto nel riproporre alcuni classici minori del rock’n’roll appartenenti al bagaglio della memoria di Paul e dei suoi coetanei, ci pare più studiata a tavolino che sinceramente sentita. O, almeno, i risultati danno questa sensazione: più esercizio di mimesi che concessione al piacere della nostalgia, più dimostrazione di abilità tecnica che riscoperta dei tempi “eroici” delle registrazioni vintage, le quindici canzoni del disco sono tuttavia complessivamente gradevoli, e i tre originali firmati McCartney e composti per l’occasione - “Run devil run”, con vive reminiscenze Wings, “Try not to cry” e “What it is” - come dire, non sfigurano rispetto al resto della tracklist; all’interno della quale, le nostre preferenze vanno (e questo non vi stupirà) allo skiffle/country di “Movie Magg”, di Carl Perkins, che ci ha fatto pensare alla “Maggie Mae” dell’album “Let it be”; allo slow di “Lonesome town”, vecchio hit di Ricky Nelson; e soprattutto - ed è l’unico vero brivido che ci ha dato l’album - a “No other baby”, praticamente sconosciuta (era un singolo del 1958 degli altrettanto sconosciuti Vipers), emozionante e dark, che non sfigurerebbe nella colonna sonora di qualche film di David Lynch. Per confermare, soprattutto a noi stessi, il giudizio che abbiamo appena espresso, siamo andati a riascoltare quattro dischi: tre piuttosto noti, uno assolutamente ignoto ai più.
Il primo è “CHOBA B CCCP”, il disco “sovietico” di McCartney, il cui repertorio non è molto differente da quello di “Run devil run”: ci è parso fresco e allegro.
Il secondo è “Unplugged - The official bootleg”, ancora di Paul McCartney: le versioni qui contenute di “Be-bop-a-lula”, “Blue moon of Kentucky”, “Hi-heel sneakers”, “Good rockin’ tonight” e “Singing the blues” - per citare i titoli coerenti col tema del “revival” - suonano convinte e trascinanti.
Il terzo è “Holly Days” (mai sentito, vero?): beh, è un album del 1976 per il quale Denny Laine, allora partner di McCartney, con l’assistenza e la partecipazione di Paul e Linda registrò su un quattro piste monofonico dieci canzoni del repertorio di Buddy Holly. Un album low profile, ancora oggi delizioso, sincero e autentico.
Il quarto, anzi i quarti, sono due dischi di John Lennon: “Rock’n’roll” - quello parzialmente prodotto da Phil Spector e uscito nel 1975 - e “Roots - John Lennon sings the great rock&roll hits”, quest’ultimo un quasi-bootleg uscito nello stesso anno su etichetta Adam VIII. Le tracklist dei due album sono quasi coincidenti: ma nel secondo ci sono in più “Ain’t that a shame”, “Angel baby” e “Be my baby”. Da Paul McCartney avremmo voluto un album come questo (come questi due): in cui non ci fosse tanto il suono del rock’n’roll, quanto lo spirito del rock’n’roll. Roba difficile da evocare, quando i chitarristi della tua band si chiamano David Gilmour e Mick Green. Caro Paul, proprio non potevi chiamare qualcun altro? (P.S. Lo scorso anno McCartney ha rivelato che nel 1974 lui e John Lennon si incontrarono in uno studio di registrazione di Los Angeles, per una session nella quale suonarono vecchi standard del rock’n’roll. Ecco un disco che vorremmo poter recensire…)
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