«RED FLAG - All Saints» la recensione di Rockol

All Saints - RED FLAG - la recensione

Recensione del 11 apr 2016 a cura di Michele Boroni

La recensione

E' ormai chiaro che ci troviamo in pieno revival anni '90: il ritorno dei Guns n' Roses nei festival rock che contano, i suoni della Italodance, e ora le All Saints.
Le quattro ragazze inglesi furono nella seconda metà dei 90 l'alternativa cool e un po' più adulta delle Spice Girl: Notting Hill e abiti total black XL, UK garage e R&B. Due dischi, cinque singoli al N°1 e 10 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Nel 2006, ingolosite da un lauto anticipo, tentarono un ritorno con il disco “Studio 1”, ma con scarsa convinzione e successo.

Questa volta però - dieci anni dopo e con un mercato discografico totalmente mutato - sembra tutto diverso: senza la pressione della grande notorietà sulle spalle e prive di un profumato contratto discografico, si capisce che questo “Red Flag” è un album creato principalmente per loro stesse. Siamo infatti di fronte a una raccolta di solide canzoni pop, forse il materiale più genuino delle All Saints.

Il singolo “One Strike” - ispirato dal divorzio di Nicole Appleton da Liam Gallagher e uscito lo scorso febbraio – ha stupito anche chi aveva alzato il sopracciglio a questa potenziale reunion a orologeria; “One Man Woman” è un epico inno e lode alla monogamia dove una sorta di marcia militare si sposa con un perfetto ritornello che ti entra in testa e non esce più; in “This is a war” e nella ballad “Who Hurt Who” si ritrovano le loro voci perfettamente amalgamate che conquistarono Bacharach che le volle a interpretare “Always something there to remind me” nel suo concerto-tributo. Anche i testi non sono banali, ma mature riflessioni su vita, amore e matrimonio (“Se devo lottare per il diritto di essere amato e di amare / Allora questa è la guerra / Se io e te non possiamo essere liberi, di essere amato e di amare / Allora che serve?” in “This is a war”).
Echi anni '90, certo ma anche un tuffo nel suono più contemporaneo, dall'elegante ritmo tribale di “Tribal” e “Fear” al groove super pop di “Puppet on a string”, merito sopratutto di Shaznay Lewis, la black del quartetto, che ha scritto tutte le tracce, e che in questi anni si è costruita una reputazione di autrice di pop song per le Little Mix e le Stooshe. Come era già successo alcuni mesi con “Unbreakable” di Janet Jackson, anche questo ritorno delle All Saints è un disco di grande equilibrio che mette insieme il loro stile classico e sonorità più contemporanee, canzoni oneste e interpretazione matura.

Senza la voglia di stupire o di fare una mera operazione revival, ma solo quella di realizzare una raccolta di buona musica pop.
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