«AURORA - I Cani» la recensione di Rockol

I Cani - AURORA - la recensione

Recensione del 08 feb 2016 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Il sorprendente terzo album de I Cani. Passati i tempi da fenomeno virale, I Cani, alias Niccolò Contessa, deviano decisamente verso una strada nuova, rivolgendosi altrove, oltre il loro quartiere, oltre la loro città, ma anche oltre i confini nazionali, arrivando fino ai sistemi planetari e alle galassie. Spiazzando tutti.
Con “Aurora” ci sono I Cani che non ti aspetti, quelli in grado di confonderti le idee, che si mostrano in una dimensione più intima e guardano il mondo con occhi cinici sì, ma anche lucidi nel raccontare le ansie di questi tempi, con la certezza che, dopotutto, una nuova aurora arriverà a rischiarare anche la peggiore delle nottate.

Tutto si fa più nero, più cupo: c’è una nuova consapevolezza a rimarcare il distacco dai precedenti album. Il suo difetto è di mancare di immediatezza perché necessita il suo tempo per essere compreso. E’ un viaggio introspettivo tra pop, funk, elettronica e sintetizzatori, con quelle linee melodiche eteree sostenute da beat cadenzati, in cui tutto funziona andando per sottrazioni. Funziona anche là dove gli arrangiamenti sono poco più che bozzetti, lasciati a uno stadio embrionale in cui la musica sembra realizzata con una pianola trovata nel Dash. Con metodo scientifico, le leggi matematiche di astronomia e di fisica trovano corrispondenze nelle quotidiane emozioni del genere umano, in perenne equilibrio precario. Le molteplici distanze tra le persone trovano un’analogia con quelle siderali, perché in fondo - anche se fa male ammetterlo - siamo poca cosa rispetto alla sconfinata vastità del cosmo: “Calabi-Yau” rimanda a spazi infiniti e “miliardi di vite per fallire ancora”.
Ed eccoci dunque a discutere sulla nostra natura, animale, in “Protobodhisattva”, esseri celesti quali figli delle stelle, ma anche terreni con dubbi esistenziali di prim’ordine (“carnivoro o vegano/o il fumo o la coca” e ancora “o il culo o la fica”: poco aulico ma anche così irresistibile). E poi ci sono i sentimenti, come mai prima erano stati indagati: dal disagio interiore di “Baby Soldati” - mai uno “zio” come appellativo era stato reso tanto impegnativo - a quelli profondi de “Il posto più freddo” (“non chiedo niente di più lo sai/di un respiro da ascoltare”) e “Una cosa stupida” dove a mettersi a nudo sono le emozioni e le malinconie (“non so mai niente, solo che sei viva”). In questa geometria dei sensi anche l’amore ha un peso specifico concreto, quantificabile in termini monetari "con dei video virali o dei post svergognati", come suggerito in “Questo nostro grande amore”. Infine, “Aurora” è il disco in cui Niccolò Contessa si scopre cantante, oltre che autore con un talento fuori dal comune.
Questo altalenare fra follia e consapevolezza, intimo e cosmico, semplice e complicato, attraversa tutto l’album, portandosi dietro un ascoltatore che ha bisogno del tempo necessario per superare lo smarrimento iniziale. Sono I Cani che non ti aspetti quelli di questa Aurora, perché parlano un linguaggio nuovo, più maturo e riflessivo. E’ il frutto di un’evoluzione che li ha portati ad annusare l'aria intorno e a guardare oltre. L’ennesima conferma per un artista che, sbucato dalla sua cameretta, ha dimostrato di avere una disarmante capacità di analisi della realtà che ci circonda. Dopotutto ogni nuovo giorno inizia con una nuova aurora.
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