«ANARCHYTECTURE - Skunk Anansie» la recensione di Rockol

Skunk Anansie - ANARCHYTECTURE - la recensione

Recensione del 18 gen 2016 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Non ha l’impatto sconquassante di quando, una ventina d’anni fa, Skin cantava di sessualità, religione, politica. E non è un disco pop facile e diretto, come forse s’aspettava qualcuno dopo la partecipazione della cantante a X-Factor. “Anarchytecture”, sesto album degli Skunk Anansie, il terzo da quando laformazione inglese s’è riunita nel 2009, mette assieme programmazioni e riff d’altri tempi, quando la chitarra elettrica era il feticcio intoccabile del rock e già si pensava che la modernità passasse attraverso l’elettronica. Skin usa questi strumenti per cantare per lo più d’amore in una serie di canzoni dal tono cupo che sembrerebbero riflettere il tumulto cui è stata sottoposta la sua vita privata dopo la separazione dall’americana Christiana Wyly cui era legata da civil partnership.


Ecco allora una serie di canzoni – non tutte, ma una parte significativa sì – che riflettono sulla natura instabile delle relazioni sentimentali, sull'caos e ordine: anarchia e architettura, appunto. Come “Beauty is your curse” con l’immagine della donna che si scrolla di dosso i pezzetti di vita della cantante come ci si spazza la polvere dalla giacca. In una canzone l’amore è una droga, in un’altra una luce accecante, altrove è una mancanza che rende impossibile la vita. In fondo alla scaletta, in un pezzo delicato con l’accompagnamento di chitarra acustica intitolato “I’ll let you down”, Skin sembra assumersi ogni colpa, ma non è dato sapere se stia cantando in prima persona della sua relazione. È in ogni caos un finale accorato per un album che fin dall'ossimoro del titolo, mira a raccontare come il disordine possa sconvolgere vite che sembravano perfette. Pezzi dal carattere politico come “Bullets” o “We are the flames” fanno sembrare quel titolo, “Anarchytecture”, una metafora dei nostri tempi ed è la lettura che ha guadagnato i titoli dei quotidiani italiani.

Prodotto ai RAK Studios di Londra da Tom Dalgety (Royal Blood, Band of Skulls, Killing Joke), “Anarchytecture” è costruito per inquietare nella prima parte e per aggredire nella seconda. Strizza l’occhio alla dance nel singolo “Love someone else”, sfiora il trip-hop nel beat della ballata “Death to the lovers”, mischia disco e rock per “In the back room”, si fa gracchiante e cupo in “Bullets”. Se già “Beauty is your curse” ha un riff molto anni ’70, “That sinking feeling” ha quel po’ di energia rock’n’roll che manca al resto dell’album. Ed è un peccato che l’altrettanto promettente “Suckers!” sia solo un riffone mostruoso alla Rage Against The Machine che dura un minuto e venti. L’album “potrebbe piacere agli italiani”, ha scritto maliziosamente l’inglese Evening Standard. E in effetti, dato il successo che ottengono soprattutto da noi più che altrove, gli Skunk Anansie un po’ italiani lo sono diventati, a sufficienza da vedere gente ai firmacopie dell'album che fa il verso a Skin urlandole “Attacca!”.

L’unione di rock ed elettronica di “Anarchytecture” riflette un modo di fare musica tipico dei tardi anni ’90 che gli Skunk Anansie sperimentano dai tempi di “Charlie big potato”. In mancanza di grandi canzoni – qui ce ne sono tutt’al più di buone – finisce per rendere l’album datato. Gli amanti delle ballate della band non troveranno una nuova “Hedonism”. C’è “Death to the lovers” dove la band costruisce strofa e bridge dai toni melodrammatici, ma decide di non cavalcarli con un ritornello memorabile, il punto di forza resta Skin. Dagli acuti di “Victim” al grido accorato di “Beauty is your curse” all’aggressività frenetica di “That sinking feeling”, dimostra d’essere una cantante espressiva e versatile. Mette in queste canzoni il mix di dolcezza e aggressività che forse a causa della barriera linguistica è emerso a fatica durante la partecipazione a X-Factor. E aggiunge quel po’ di vulnerabilità che rende il suo personaggio meno marziano e più simile a noi.
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