«ROGER WATERS THE WALL - Roger Waters» la recensione di Rockol

Roger Waters - ROGER WATERS THE WALL - la recensione

Recensione del 23 nov 2015 a cura di Claudio Todesco

La recensione

I power chords di “In the flesh?” spazzano via brutalmente la mesta melodia intonata da una tromba. Prima d’arrivare a un requiem per i morti in guerra e a una sorta di pacificazione per il tormentato protagonista dell’opera, alter ego del bassista dei Pink Floyd, bisognerà fare i conti col sistema educativo, con una società repressiva, con l’amore soffocante della propria madre, con una moglie fedifraga. Ci sarà poco sesso e tanta solitudine, deliri nazistoidi e sedute d’autocoscienza allucinate, e un bel po’ di disprezzo sputato sul pubblico. Questo suggerisce il riff di “In the flesh?” che apre il doppio disco dal vivo in cui Roger Waters ripropone fedelmente “The Wall”: la realtà è un pugno allo stomaco che devi essere pronto a incassare. Non è uno spettacolo d’intrattenimento come gli altri. I 103 minuti di “Roger Waters The Wall” sono densi, carichi e spettacolari, suonati con precisione chirurgica, pieni zeppi di momenti eccitanti, con alcuni passaggi musicali iconici.

Fino al 1990 lo show di “The Wall” era leggendario quanto misterioso. Pochi fortunati avevano assistito alle 31 performance che i Pink Floyd avevano distribuito nel biennio 1980-81. Non c’erano dischi dal vivo, né testimonianze video ufficiali, solo racconti giornalistici, qualche rara fotografia, bootleg dall’audio discutibile. La rappresentazione di “The Wall” era avvolta nel mito. L’opera rock è stata riportata in vita a Berlino nel 1990 per celebrare la caduta del Muro; nel 2000 i Pink Floyd hanno pubblicato il doppio album dal vivo registrato nell’80-81 “Is there anybody out there?”; fra il 2010 e il 2013 lo show nella nuova versione del suo creatore Roger Waters è stato replicato 219 volte. Dopo questi precedenti e dopo il film di cui l’album è colonna sonora e che viene pubblicato parallelamente in dvd, “Roger Waters The Wall” è tutto tranne che un disco sorprendente. È teatro rock e in quanto tale prevede un copione da cui si può uscire solo marginalmente. È un album antistorico, se volete: in un periodo di video di scarsa qualità postati su YouTube, di frammenti di concerto pubblicati in tempo reale via Periscope, di bootleg ufficiali che catturano un qui-e-ora, Waters ricostruisce la sua opera in modo pulito, perfetto, idealizzato.

Ascoltatelo su un buon impianto, in cuffia. Su cd, non in streaming o su file troppo compressi. “Roger Waters The Wall” ha un suono favoloso e una gran dinamica. Non comunica solo attraverso le canzoni e le performance, ma anche con la forza espressiva del suono. Prodotto da Nigel Godrich e registrato fra Manchester, Atene, Buenos Aires e Quebec City (quest’ultima città non è citata nel libretto, la deduco dall’introduzione di “Mother”), il live è talmente pulito da far sorgere il sospetto che sia stato ampiamente rimaneggiato. Accompagnato da una band di undici elementi, compresi quattro coristi maschi e ben tre chitarristi, Waters rinnova i timbri dell’opera, aggiunge qualche passaggio fugace, amplia un pugno di strumentali di qualche battuta. Certi graffi sonori non cambiano radicalmente l’opera, però rinnovano il piacere di ascoltarla, ad esempio nel back up di “Young lust” o nell’intro di “The show must go on”. L’enfasi non è posta sui passaggi poetici – e ce n’erano, nel 1979 – ma su quelli spettacolari. E così, ad esempio, “Comfortably numb” non rende quanto un tempo e le performance vocali di Robbie Wyckoff, chiamato a interpretare le parti di David Gilmour, non sono superlative. Nonostante Godrich alzi occasionalmente il volume del pubblico, questo resta sullo sfondo e in certi passaggi si ha la sensazione d’ascoltare un disco registrato in studio.

Roger Waters canta bene – fin troppo bene, si maligna – con un solo momento sottotono nella nuova “The ballad of Jean Charles de Menezes”, l’unica canzone non presente nell’originale del ’79, né nel live dell’80-81. È dedicata al giovane brasiliano ucciso nel 2005 dalla polizia inglese che lo scambiò per un terrorista e va aggiungersi alla lista di canzoni minori che Waters ha pubblicato dal 1992 a oggi: poco materiale, quasi sempre prescindibile. “What shall we do now?”, esclusa dall’album del ’79, era già nello show dell’81, così come i tre minuti del collage strumentale “Last few bricks” che serviva a fornire un commento alle ultime fasi di costruzione del muro. Altra musica sarà contenuta nell’edizione super deluxe in 3000 copie numerate e autografate già prenotabili a 500 dollari l’una e disponibili nel 2016. Una confezione apribile in cinque parti ospiterà i due cd del live, 3 dvd del film con vari bonus, un libro di 170 pagine e quattro dischi in vinile, tre per il concerto dal vivo e uno – ecco la novità – con la musica di commento composta appositamente per il film.

Tra il 2010 e il 2013 Roger Waters è riuscito nell’impresa di riproporre la sua opera rock più famosa senza stravolgerla, ma caricandola di nuovi significati. E così la “downward spiral” del protagonista (copyright Trent Reznor, uno chiaramente influenzato da “The Wall”) s’è trasformata in una narrazione politica e il muro da simbolo d’incomunicabilità della rock star è diventato metafora ampia e attuale. Tutto ciò è raccontato meravigliosamente bene nel film, ma per evidenti ragioni traspare molto meno dall’album dal vivo. Privato di parte dei suoi elementi d’attualità, il concerto riporta “The Wall” al suo significato originario. Suona come una riproposizione d’altissimo livello che, dal punto di vista strettamente musicale, non aggiunge granché all’opera che conosciamo. Ma è comunque un gran bel souvenir del tour, un’esperienza sonora favolosa, e forse l’ultimo tassello dell’epopea di “The Wall”.
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