«DODGE & BURN - Dead Weather» la recensione di Rockol

Dead Weather - DODGE & BURN - la recensione

Recensione del 30 set 2015 a cura di Valeria Mazzucca

La recensione

Jack White è il coltellino svizzero della musica moderna: multifunzionale, tagliente e a tutti gli effetti un'arma legalizzata.
Quando non sa cosa fare, riprende in mano uno dei suoi tanti talenti e ne fa un progetto concreto, sia esso un'etichetta discografica, una collana di vinili rari o un qualche side-project con nuovi o vecchi amici da rimescolare a piacere nelle diverse formazioni. Concluso una volta per tutte il "Lazaretto tour", Mr. White si è tenuto il 2015 per dedicarsi nuovamente ai Dead Weather che, fermi a "Sea of cowards", non pubblicavano un disco da cinque anni. A onor del vero i quattro hanno sempre tenuto in caldo le loro corde, trovandosi in studio e pubblicando almeno un inedito all'anno (rigorosamente in vinile, ovviamente). E il tutto poi è stato inserito nella tracklist definitiva di "Dodge and burn".

Apre il singolo "I feel love (Every million miles)", gracchiante e graffiante e dal sapore chiaramente "migratorio": prende il volo seguendo chiaramente la scia lasciata nel 70 dai Led Zeppelin con "Immigrant song".
"Buzzkill(er)" è un trapano: tutto in questo pezzo, dalla voce di Alison Mosshart alla chitarra di Dean Fertita, penetra nei timpani e trapassa il cervello da una parte all'altra. E inspiegabilmente il risultato riesce a non essere sgradevole.
(Avvertenza: questa è la sensazione che si avrà per tutto l'ascolto del disco).
Se la linea martellante di "Let me through" non riesce ad essere particolarmente incisiva, la successiva "Three dollar hat" si rivela una delle tracce più riuscite. Sarà per la sua eccentricità, sarà per il fatto che è letteralmente spaccata tra un groove funky, il rap non poco prepotente di White - che qui si presenta come Jackie Lee - e del rock ben pestato. In ogni caso è un bel macello. Davvero un bel macello.
L'organo di "Lose the right" riporta un po' di chiarezza nel tracciato, ma non abbassa di certo i toni. I toni, a ben vedere, non si abbassano mai nemmeno durante la "conversazione/interrogatorio" tra White e la Mosshart in "Rough detective". Un serrato botta e risposta vocale e musicale.
Una volta compiuto il giro di boa di "Dodge and burn" ci si rende conto che ogni canzone ha una sua peculiarità che rimane nascosta dietro il muro del suono corrosivo prodotto dalla band. Questo spesso strato di puro garage rock si scioglie solo alla fine, sulle note di "Impossibile winner". Con l'ultimo brano si cambia registro: piano e violini fanno volteggiare la voce della Mosshart che si fa calda, potente e si tinge di teatralità.

Nel mondo del ritocco digitale, il "dodge and burn" è lo strumento con cui si schiariscono e scuriscono parti specifiche di una foto.
Letteralmente si potrebbe tradurre con "schiva e brucia", tecnicamente è l'effetto che determina i contrasti nell'immagine in modo da mettere in risalto una parte piuttosto che un'altra, modulare ombre e luci, far risaltare alcuni colori rispetto ad altri. E' esattamente quel tipo di manipolazione che piace tanto a Jack e che ha reso grande quel suo manierismo musicale, più che presente anche in questo album ruvido e prepotente che sa stordire e motivare allo stesso tempo.
Dunque, quando si parla di Jack White si parla di Jack White, punto. Poco importa chi siano gli accompagnatori: la sensazione è che sia sempre lui (o quasi) a dettare le regole del gioco, sia che un disco sia firmato Raconteurs, sia Dead Weather o semplicemente Jack White.
Un marchio di fabbrica, sinonimo di qualità.
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