«COMING HOME - Leon Bridges» la recensione di Rockol

Leon Bridges - COMING HOME - la recensione

Recensione del 30 giu 2015 a cura di Michele Boroni

La recensione

Tutto, ma proprio tutto in questo esordio di Leon Bridges ha un fortissimo sapore retrò. A partire dalla foto fino ai titoli presenti sulla copertina, dall'abbigliamento del 22enne texano fino alla durata del disco (34 minuti).
Per non dire della musica. Ma di questa poi ne parliamo a fondo, prima però mi interessava far notare di come questo disco sia stato sapientemente e mediaticamente costruito dalla Columbia (che per l'occasione della pubblicazione del precedente EP ha ripreso il vecchio logo d'antan) fin dal primo singolo “Coming home” uscito a febbraio, proprio in un'ottica di storytelling, farcendo la storia di Leon Bridges di una fitta aneddotica: il giovane Leon appassionato di Usher e hip-hop che lavora come lavapiatti e poi cameriere in un ristorante di Forth Worth che viene notato dal chitarrista di una band di garage rock texana (White Denim) per il suo look vintage e che lo va anche a sentire quando si esibisce dal vivo con la sua band. Il ragazzo scrive anche canzoni che ricordano molto da vicino Sam Cooke, anche se lui non ne ha mai sentito parlare prima; da qui inizia per Leon un profondo percorso di esplorazione del fantastico mondo del soul e di tutto il suo immaginario. Una storia di scoperta e rivelazione di talento tutta da raccontare, una versione genuina e reale di un tipico format di talent show.
Ok, forse siamo dei cinici disillusi, ma tutto questo nel 2015 sa molto, se non di studiato a tavolino, di enfatizzato per garantire al pubblico e ai media una bella narrazione per riempire le pagine dei giornali.
Poi però c'è la musica. Ecco, la musica.



Beh, gli amanti del classic soul hanno di che gioire. Il ragazzo è eccellente sia nel songwriting che nell'esecuzione: la grande forza di “Coming Home” sta la coscienziosa modestia della produzione, rigorosa e senza troppi fronzoli.
Il primo brano che dà il nome all'intera raccolta con pochi semplici elementi ti fa immediatamente entrare nel mood (lo abbiamo ascoltato anche nei giorni scorsi a Glastounbury e la classe anche dal vivo c'è tutta); in “Better man” racconta come avere una seconda possibilità per riconquistare l'amore della sua ragazza con strofe di altri tempi “What can i do/To get back to your heart/I'd swim the Mississippi river”.
“Lisa Sawyer”, dedicato alla madre, paga pegno a Nat King Cole, mentre in “Smooth Sallin'” il r&b riprende più la formula dei Dap Kings e del suono Daptone. “Shine” e la conclusiva “River”, quest'ultimo omaggio palese a Cooke, le atmosfere sono più vicini al gospel. Forse il pastiche con rock'n'roll e country rispettivamente in “Flowers” e “Twistin' & Groovin'” sono un po' di maniera.
La domanda in questi casi sorge spontanea: se non vi sono elementi di novità perché allora ascoltarlo, visto che i dischi dei vari Sam Cooke, il primo Marvin Gaye e Smokey Robinson sono ancora lì belli e intramontabili?
La risposta definitiva io non ce l'ho. Ascoltatelo e datevela da soli.
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