«FREEDOM - Refused» la recensione di Rockol

Refused - FREEDOM - la recensione

Recensione del 26 giu 2015 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Parliamoci chiaro: se hai alle spalle 17 anni di silenzio, suggellati da un disco come “The shape of punk to come”, devi avere il coraggio di un leone meccanico – oppure una dose di incoscienza purissima – per pensare di tornare sulle scene senza sbattere violentemente la testa contro al muro del giudizio a priori. È naturale, per quanto magari poco elegante o gentile, che i fan partano prevenuti: di acqua ne è passata sotto ai ponti (e si sa che non fa benissimo, di norma), ci sono stati altri progetti nel frattempo... insomma, gli appigli per pensare male di questo comeback dei Refused ci sono tutti.

In realtà, per citare la battuta morettiana sul quartiere romano Spinaceto (in “Caro diario”): “pensavo peggio!”. E non si tratta di condiscendenza verso chi ha fatto bene tempo prima... l’album non è epocale, ma dignitoso. A partire dall’incipit molto duro e teso – con vaghi echi di Rage Against The Machine più hardcore punk – di “Elektra”; e si continua a fare sul serio con “Old friends / New war”, con un piglio alt metal/post hardcore martellante.
“Dawkins Christ”, che ha una intro da film thriller/horror, con tanto di voce femminile che intona una nenia, è un gancio al mento, intriso di afrori slayeriani, tanto nel sound, quanto nella tematica del testo (Clinton Richard Dawkins e il culto nato dalle sue teorie improntate sul nuovo ateismo e il neodarwinismo). Segue il pezzo che già da qualche settimana ha scatenato polemiche miste a ilarità: “Françafrique”... in effetti sbagliare così grossolanamente e reiteratamente la pronuncia del titolo, nel ritornello, non è perdonabile – soprattutto a questi livelli. Per non parlare del pezzo in sé, una specie di funk-metal-core da demo scartato dei Mind Funk o dei Maelstrom (chi ricorda il loro “Step one” del 1990? Nessuno: e un motivo ci sarà bene)... insomma, “Françafrique” è proprio uno scivolone brutto, non c’è altro da aggiungere. E la seguente “Thought is blood” fatica, infatti, a risollevare le sorti del disco, complice anche un approccio vicino al synth rock/wave nella parte iniziale – che si dissolve in un attacco di metalcore sperimentale funkeggiante, che spiazza ma non esalta.



Con la successiva “War on the palaces” si entra per la prima (ed unica) volta in territorio hardcore’n’roll, con un riff tra Kiss ed AC/DC, per una composizione dalla struttura tipicamente in stile hard made in USA targato anni Settanta – con tanto di break, stop and go ad effetto e chitarrismo funambolico. Un cambio d’atmosfera inatteso e piuttosto gradevole
Si riprende invece il binario già sperimentato nei primi pezzi, giungendo a due terzi del disco, con “Destroy the man”: hardcore new school mid tempo, pieno di staccati e suggestioni groove metal, con il basso a farla da padrone... un pezzo fedele a tutti gli stilemi del genere, formalmente perfetto, ma sfortunatamente troppo manualistico. Stesso discorso, in copia carbone, per “366” – che regala però un ‘apertura più melodica, alternative e radio-friendly.

Torna il fantasma dei RATM in “Servants of death”, con parti funky molto più esasperate e Seventies a rendere il tutto interessante: un buon brano variegato, anche se forse poco incisivo. Ma quello che – almeno concettualmente e a livello di sforzo autoriale – pare essere il cuore di “Freedom” arriva come ultima traccia: si tratta del lunghissimo (oltre sei minuti e mezzo) j’accuse “Useless Europeans”. Un brano dall’incedere lento e inesorabile, che alterna atmosfere pacate e vagamente indie rock – con tappeto di chitarra acustica d’ordinanza – a violente sfuriate, esplosioni gotico/metalliche in crescendo, che liberano la tensione e sprigionano rabbia.

In sintesi: l’impressione è che “Freedom” avrebbe potuto essere un buonissimo EP. Invece è “solo” un album intero dignitoso.
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