«PAYOLA - Desaparecidos» la recensione di Rockol

Desaparecidos - PAYOLA - la recensione

Recensione del 25 giu 2015 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Canta la paranoia d’essere spiati. Dice che è giustificabile ammazzarne uno per salvarne novantanove. Urla che non si può fermare Anonymous. Ma per quanto Conor Oberst si sforzi di scrivere inni di protesta e testi arrabbiati – e il secondo album della sua band post hardcore ne contiene di esaltanti – il suo stile vocale appassionato e il suo songwriting lasciano intravedere un carico d’umanità che raramente emerge dai dischi unidimensionali delle band che trasformano le canzoni in comizi. Non i Desaparecidos e non “Payola”: è carico, appassionato, incazzato, ma anche accorato e divertente da ascoltare. Pure affiancato da una band che fa di ogni canzone un’esplosione sonora, Oberst dimostra d’essere un ottimo songwriter e un cantante dal timbro originale, in grado di creare empatia.

“Payola” è il secondo album dei Desaparecidos, la band che Oberst ha messo in piedi prima del grande successo dei Bright Eyes e che sinora aveva pubblicato un solo album, “Read music / Speak Spanish” del 2002. Le 14 canzoni, durata media 3 minuti, descrivono un mondo in preda alla follia e alle manipolazioni delle multinazionali. Il liberismo è una forma light di fascismo, suggeriscono i Desaparecidos. Nel mondo di “Payola” gli attivisti sono messi a tacere (“The underground man”) e i banchieri la fanno sempre franca (“Golden parachutes”). È un posto dove i “corpi sono ammucchiati come biglietti da 100 dollari” (“City on the hill”), gli oligarchi banchettano sulla povertà altrui (“Slacktivist”) e il governo conosce la cronologia del tuo browser (“Search the searches”). Ci sono anche storie più piccole, proiettate su uno scenario politico ed economico più ampio: l’omaggio alla giovane leader cilena Camila Vallejo; la vicenda di Robert A. Hawkins, il diciannovenne che nel dicembre 2007 fece una strage in un centro commerciale di Omaha, Nebraska (“Von Maur massacre”); la storia di Maricopa, anzi “MariKKKopa”, la città dell’Arizona tristemente nota per gli abusi dei diritti degli immigrati. E ancora, la lotta di un lavoratore col cancro (“Ralphy’s cut”) e un velenoso e divertito attacco al mondo della discografia (“Backsell”).

E insomma, di qua i buoni, di là i cattivi. Anche se la logica manichea di “Payola” vi sembra elementare, difficilmente resterete indifferenti al modo in cui la band mette in musica queste storie. Non è solo Oberst: i Desaparecidos sono una vera band e tutti i musicisti sono accreditati come co-autori dei pezzi. Il suono elettrico, intenso, esplosivo prodotto con Denver Dalley (l’altro chitarrista), Landon Hedges (basso), Ian McElroy (tastiere), Matt Baum (batteria) e Mike Mogis (produzione) non dà tregua. La musica non sarà originale, ma è potente, intensa. Si rifà al punk e all’hardcore, ma gode anche delle melodie del pop e dei suoni percolanti di tastiere new wave. È rabbiosa, ma non ottusa. È divertente, un fatto inusuale nella discografia di Oberst. Le chitarre elettriche contribuiscono col gran lavoro di Baum ai colori forti, agli staccati violenti, agli esaltanti sbalzi dinamici dell’album. Catartica e furiosa, la musica è un commento perfetto alle storie raccontate. Trasmette un senso d’urgenza che è in definitiva la cosa migliore dei “Payola”.
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