«SATURNS PATTERN - Paul Weller» la recensione di Rockol

Paul Weller - SATURNS PATTERN - la recensione

Recensione del 21 mag 2015 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Una ritirata dagli azzardi di “Sonik kicks”, uno slalom fra rock, blues, psichedelia e northern soul, una prova di bravura di un musicista appagato, un disco “gioioso e positivo”, come l’ha definito il suo autore. “Saturns pattern”, album solista numero 12 – tanti quanti il rocker inglese ne ha fatti con Jam e Style Council messi assieme – dimostra la naturalezza con la quale Paul Weller crea musica eccitante restando dentro un paradigma collaudato, che suonava classico già un quarto di secolo fa e che oggi è decisamente démodé. E del resto a 57 anni d’età, specie se si ha una storia gloriosa dietro le spalle, è difficile restare all’altezza della fama di “changingman”, di musicista irrequieto e antinostalgico, uno che veste uno stile diverso in ogni stagione. Le nove canzoni di “Saturns pattern” (dodici nelle versioni deluxe) non archiviano definitivamente gli slanci creativi degli ultimi dischi di Weller, ma li calano in un contesto più tradizionale e ne smussano le asperità in canzoni più dirette e a volte melodiche.

Scritto e registrato nei Black Barn Studios di proprietà di Weller, prodotto con Jan “Stan” Kybert, suonato da una band composta da vecchie conoscenze e collaboratori di recente acquisizione, “Saturns pattern” è frutto del metodo di lavoro inaugurato sette anni fa con “22 dreams”. O meglio, Weller ha scritto canzoni in modo tradizionale, chitarra e taccuino per i testi, ma le ha lasciate da parte per costruire l’album in modo più creativo, partendo da riff e jam. Il risultato è più ordinato e meno avventuroso rispetto a “Sonik kicks”. È un mezzo ritorno nella “comfort zone” del musicista, eppure non suona né banale, né compiaciuto. La voce effettata, i suoni elettronici, i riff slabbrati del pezzo scelto per lanciare l’album “White sky”, proveniente da un nucleo di otto, nove canzoni incise con gli Amorphous Androgynous, sono per forza di cose fuorvianti perché nell’album c’è un po’ di tutto, a testimonianza dell’ampio vocabolario sonoro che il musicista possiede e maneggia con padronanza.

Il disco trova una sua natura da qualche parte fra gli echi Who del ritornello di “Saturns pattern”, la pianistica e un po’ beatlesiana (lato McCartney) “Going my way”, il riff primitivo di “Long time” inciso pensando alle canzoni da pochi accordi di Velvet Underground e Stooges, il soul-funk sudista di “Pick it up”, la psichedelia di “Phoenix”, il blues di “In the car…”, ispirato all’opera omonima di Roy Lichtenstein, con la chitarra slide questa sì un po’ risaputa ma nondimeno brillante di Steve Brookes, vecchio amico dei primi tempi dei Jam. Il bello è che Weller e i suoi scompigliano le canzoni con piccoli abbellimenti sonori in un’alternanza fra momenti di tensione e di divertimento che sfocia nei nove minuti della lettera d’amore alla città di Londra “These city streets”. Il sentimento dominante è rilassato, sognante, morbido.

Per essere il disco di un musicista “no-nonsense”, come dicono gli anglofoni, “Saturns pattern” contiene alcune piccole stranezze. A partire dal titolo che Weller ha scelto per il suono e non per il significato, salvo poi scoprire che esiste davvero uno schema di Saturno, vale a dire uno schema nuvoloso a forma esagonale che si trova al polo nord del pianeta, da cui l’immagine di copertina. Weller resta sul vago anche nei testi, che offrono passaggi interessanti, piccole massime inserite in costruzioni altrimenti libere e astratte. Fanno eccezione due canzoni che sembrano riflettere il periodo di grazia attraversato dall’uomo che si è liberato dall’alcolismo giusto cinque anni fa. In “Long time” Weller confessa d’essersi sentito “perso e confuso” per molto tempo, in “I’m where I should be” afferma d’essersi messo alle spalle paure e ansie. Metteteci dentro “Going my way”, che ha tutta l’aria d’essere dedicata alla compagna ed ex corista Hannah Andrews, e avrete una fotografia della nuova serenità famigliare di Weller, che tre anni fa è diventato nuovamente padre di due gemelli. In “Phoenix” arriva persino a cantare di uccelli, api, sole che filtra dagli alberi e brezza che porta un buon profumo, un quadretto fortunatamente smentito da una musica più simile ai Tame Impala che a una band di folk bucolico. Le opere di rocker appagati sono spesso blande e risapute. Non “Saturns pattern”. È facile da amare e ci restituisce un musicista che cose radicalmente nuove non ne dice più, però quelle vecchie le dice ancora con stile.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.