«EDGE OF THE SUN - Calexico» la recensione di Rockol

Calexico - EDGE OF THE SUN - la recensione

Recensione del 14 apr 2015 a cura di Daniela Calvi

La recensione

E' vero. Ad un primo ascolto, specie se ci si è persi per strada lo straordinario “Algiers” del 2012, il nuovo dei Calexico può sembrare un disco di un'altra band. Si ascolta distrattamente “Edge of the sun” e si pensa: “Sono loro, davvero?". Il passaggio, lento e ficcante, da dischi più corposi e tex mex a sonorità più melodiche ed immediate, i Calexico lo hanno fatto proprio attraverso “Algiers”, e con questa nuova fatica in studio sembra abbiano affinato la tecnica del disco perfetto. No, non sto esagerando. Gli ingredienti sono più o meno gli stessi di sempre, ma la ricetta è diversa, gli elementi mischiati insieme con un altro spirito, ed il risultato ha un sapore così travolgente da non poterne fare a meno.

Mi ero promessa di scrivere questa nuova recensione della band di Tucson senza usare certi vocaboli come terra, confine, asfalto, polvere etc., ma il titolo del disco già la dice lunga, così eccoci qua: in “Edge of the sun” Burns e Convertino riescono come sempre a comporre canzoni ogni volta più evocative e suggestive. Un viaggio magico, che parte con la prima traccia “Falling from the sky” realizzata insieme a Ben Bridwell (Band of Horses) e che risulta un ottimo biglietto da visita, così come lo era stato il primo singolo patchanka-mariachi dal titolo “Cumbia del donde” con la brava Amparo Sanchez, componente del gruppo spagnolo Amparanoia, appunto.

Il disco prosegue con brani come “Bullets & rocks”, dove ritroviamo un vecchio amico della band, Sam Beam. La canzone realizzata con il leader di Iron & Wine si sposa perfettamente con lo spirito di “Tapping on the line”, uno dei passaggi più emozionanti ed immediati dell’album, che vede la presenza femminile di Neko Case, altra vecchia conoscenza del gruppo. Con questi due brani i Calexico dimostrano di non aver perduto nulla del loro bagaglio culturale e musicale, sfornando così due canzoni che pescano a piene mani nel loro passato artistico (i riferimenti sono dischi come l’Ep “In the Reins”, per intenderci, inciso assieme proprio ad Iron&Wine). Arriva anche il momento per il tanto amato e odiato folk latino con “Coyoacán” - di ispirazione tradizionale messicana, tipico dei Calexico, certo, ma piacevole nel bel mezzo della tracklist - e l’incalzante, veloce e rapida “Beneath the city of dreams” che ospita la cantautrice e chitarrista guatemalteca Gaby Moreno. Il finale del disco non è affatto lasciato al caso. Ci sono ancora tante collaborazioni da scoprire e c’è ancora del tempo per un momento di relax con la dolce “Woodshed waltz” e per farsi coccolare dall’avvolgente melodia di “Moon Never Rises” che vede la partecipazione di Carla Morrison, giovane e promettente cantante pop di origini messicane. Chiudono due chicche degne di nota: l’ipnotica “World undone”, un blues sofferto registrato con i magnifici Takim, band di musica tradizionale greca, e “Follow the river” che ospita Nick Urata dei Devotchka (ve le ricordate sì, le colonne sonore di film come “Ogni cosa è illuminata” o “Little miss sunshine”?).



“Edge of the sun”, in conclusione, vuole sì dare risalto alla maturità artistica dei Calexico, ma con un occhio di riguardo a quelle che da sempre sono le loro radici musicali. E’ per questo che la band ha intrapreso un viaggio nel cuore pulsante del Messico (per registrare “Algiers” invece, si erano trasferiti a New Orleans), quasi per respirare nuovamente quei territori che hanno ispirato dischi più roots come “The Black Light”.

Così, non importa se vi trovate in una metropoli trafficata o in un paesello in provincia, ascoltando queste canzoni vi sembrerà di essere catapultati in un mondo ricco di sfumature, energico, frizzante ma rassicurante allo stesso tempo. Un disco forse riflessivo, a suo modo, ma sempre concreto nella musicalità e nelle melodie che portano le canzoni, specie alcune come la bellissima “When the angels played” che vede la collaborazione di Pieta Brown & Greg Leisz, a scorrere veloci grazie anche al cambio continuo del registro musicale. E saranno gli elementi naturali che da sempre caratterizzano i loro testi (le terre di confine, le strade, il sole… ci risiamo) ma i Calexico hanno la capacità di descrivere ciò che li circonda in maniera così viva e semplice da render(ce)la una delle cose più straordinarie al mondo. Quindi, o la curva dell’invecchiamento ci ha presi precocemente e siamo particolarmente sensibili, o loro sono davvero bravi. Ovvio che si tratta della seconda.
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