«SHORT MOVIE - Laura Marling» la recensione di Rockol

Laura Marling - SHORT MOVIE - la recensione

Recensione del 26 mar 2015 a cura di Claudio Todesco

La recensione

La notizia sarebbe questa: Laura Marling ha attaccato la spina. Non è una rivoluzione, a cinquant’anni precisi dalla svolta elettrica di Bob Dylan. E poi solo una parte del quinto album della folksinger inglese è suonato con una chitarra elettrica. La notizia semmai è un’altra: Laura Marling continua il suo personalissimo percorso nella canzone folk raccontando storie che comunicano un’intensa voglia di autorealizzazione e un desiderio potente di scoprire se stessa. La musica stessa esprime uno slancio verso il cambiamento e non è poco per un’autrice giunta al quinto album. Lei continua a cercare, a volte a sbagliare, a trasformare quel che prova in canzoni dal linguaggio sonoro unico.
Potete considerarlo un cortometraggio, come suggerisce il titolo, ma “Short movie” non racconta una storia. Marling abbraccia ancora una volta una narrativa sciolta, fatta da pensieri in libertà, dialoghi con interlocutori imprecisati, immagini assemblate con apparente spontaneità e senza la necessità di mettere in fila storie dai contorni precisi. Ci si ritrova immersi in canzoni tutte da esplorare come “Warrior”, una piccola parabola sull’indipendenza dove il canto e la chitarra acustica di Marling si stagliano su uno sfondo di riverberi cupi e disturbanti, rappresentazione sonora dello scenario psicologico turbolento in cui si muovono le canzoni. È il perfetto incipit di un album che somiglia a un viaggio tormentato all’interno di sé.



Il fatto è che “Short movie” è figlio di un periodo inquieto nella vita dell’artista e la musica lo riflette: i viaggi in America, i dubbi esistenziali, la scoperta del misticismo, l’immersione negli scritti di Rainer Maria Rilke, Chris Kraus, Alejandro Jodorowsky, il tentativo (fallito) di essere ammessa a un corso di poesia a New York, un pugno di canzoni incise e messe da parte per porsi domande più profonde. “Short movie” semina dubbi più che certezze, gli stessi dubbi espressi dalla cantautrice mentre si trovava a Los Angeles, sola e per certi versi perduta. Marling si tiene lontana dal clichè della folksinger dalla voce eterea e dal carattere angelicato che pure potrebbe vestire facilmente. Preferisce imbastire pezzi meditativi e lievemente ostici, come “Walk alone” e il suo bordone misticheggiante, o descrizioni di rapporti d’amore problematici. Nella canzone più rock dell’album, “False hope”, la fonte dell’angoscia è esterna: Marling racconta di cos’ha provato nel 2012, quando si trovava a New York durante l’uragano Sandy e le strade sembravano il set di un film horror. L’album si muove fra questi due estremi e solo nel finale di “Worship me” trasmette un senso di pace, sottolineato dagli archi che suonano per una volta in modo canonico.
In quanto alla scelta di imbracciare l’elettrica, istigata dal padre che le ha relegato la sua Gibson ES 335, Marling non la suona molto diversamente da un’acustica – e del resto la 335 è una hollow body, una semi-acustica cioè – col risultato di rendere più viscerali e puntute composizioni folk come “Don’t let me bring you down”. I pezzi acustici sono perfettamente integrati con quelli elettrici giacché lo stile di Marling è spesso ritmico e “fisico” come dimostra il picking dinamico di “I feel your love”. Non mancano i riferimenti a cose già sentite, filtrate dalla sensibilità della cantautrice. E così la linea melodica del cantato di “How can I” fa venire in mente la Joni Mitchell del periodo “Blue”; l’eloquio di “Short movie” potrebbe venire fuori da un disco di Lou Reed, forse anche per le dissonanze udibili in sottofondo; “Gurdjieffs’s daughter”, che racconta dell’incontro fra Jodorowsky e la figlia del mistico armeno G.I. Gurdjieff, rimanda ai primi Dire Straits, senza ovviamente il tocco di Mark Knopfler.
Prodotto a Londra dalla cantautrice, “Short movie” è perfettamente inserito nel suo percorso di crescita. Ha un suono leggermente più grezzo rispetto ai dischi curati con Ethan Johns, qua e là mostra una sorprendente immediatezza, gode di una certa varietà di atmosfere, è animato da performance vocali più incisive del solito. Eppure non sembra un lavoro importante quanto il precedente “Once I was an eagle” del 2013. Quello segnava uno stacco piuttosto evidente dai tre precedenti dischi della folksinger, ne segnalava una crescita drammatica, faceva presagire un futuro ancora più luminoso. “Short movie” non segna alcuna rivoluzione, però dice di un’artista non paga di scavare dentro di sé e mai rassicurante, in cerca di nuove angolazioni da cui raccontarsi in modo poetico. Avrebbero dovuto ammetterla, a quel corso.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.