«TRACKER - Mark Knopfler» la recensione di Rockol

Mark Knopfler - TRACKER - la recensione

Recensione del 17 mar 2015 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Preparatevi a incontrare una scrittrice emarginata e un poeta burbero, un manovale che pare un gigante e un derelitto in cerca d’avventure, un giocatore d’azzardo e un musicista che trova un contratto e perde l’amore. E poi vite che s’incrociano per un attimo fugace oppure si mancano per un soffio, come quelle del protagonista di “Silver eagle” e della sua bella, lui a bordo di un bus che attraversa l’America e lei che dorme nel letto di casa. La canzone vive nel mezzo chilometro che li separa e tutto quanto il disco sta in una dimensione in cui il tempo è sospeso. Non c’è un filo di contemporaneità nell’ottavo album solista di Mark Knopfler. Non c’è nemmeno il rock per cui è diventato famoso, se non in una citazione piuttosto ovvia di “Sultans of swing”. Non ci sono dichiarazioni altisonanti, suoni appariscenti, melodie ammiccanti. Ci sono undici canzoni (quindici nell’edizione deluxe, diciassette nel box set) figlie del gusto per il racconto. Ci sono l’abilità nell’evocare storie con la musica e la capacità di parlare attraverso poche note di chitarra. “Tracker” è un disco fuori moda e antistorico. E non è niente male.

Dopo avere pubblicato il doppio “Privateering” del 2012 Mark Knopfler s’è rimesso al lavoro piuttosto in fretta. Avrebbe registrato “Tracker” ancor prima se non fosse partito con Bob Dylan per una tournée in giro per il mondo che gli ha fruttato la composizione di “Silver eagle” e “Lights of Taormina”. Knopfler ha assemblato suoni e ispirazioni, è andato a caccia di spunti come un investigatore che segue le tracce di un caso. È venuto fuori un lavoro in cui – come da molti anni a questa parte, del resto – è songwriter prima ancora che chitarrista. Anzi, è uno storyteller col gusto di raccontare la vite degli altri. Come quella della scrittrice inglese Beryl Bainbridge in “Beryl” che gira attorno a un unico concetto, il fatto che non ebbe mai un Booker Prize essendo emarginata dall’elite culturale dominante. Si fanno strada anche un paio di spunti autobiografici. In “Basil” Knopfler dipinge il poeta Basil Bunting come un uomo indurito e amareggiato. Lo conobbe quando, ancora adolescente, muoveva i primi passi nell’Evening Chronicle di Newcastle. In “Laughs and jokes and drinks and smokes” si ritrae giovanissimo alle prime prese con la musica e l’amore, incosciente e innamorato della vita.

Che siano reali o immaginarie, autobiografiche o inventate, le canzoni raccontano storie piccole, frammenti di esistenze, pensieri volatili che si fanno canzone. Knopfler usa gli strumenti di sempre, quel suo modo di fare musica elettro-acustica artigianale e raffinata in cui il retaggio folk celtico s’incrocia efficacemente con la grande tradizione americana. Il tono è spesso sedato, le note centellinate, ma l’album non è “seduto” come altri lavori del chitarrista. Il singolo “Beryl” cita spudoratamente il primissimo successo dei Dire Straits “Sultans of swing” con l’aggiunta di quello che sembra un organo Vox. Colori celtici vestono “Laughs and jokes and drinks and smokes”, dove sono innestati su un groove “nero”, quasi jazz. Se l’attacco di “Long cool girl” potrebbe essere tranquillamente usato come introduzione dal vivo a “Romeo and Juliet”, “Broken bones” ha il passo, l’aria sorniona e il suono compresso di J.J. Cale, mentre “Mighty man” evoca “Brothers in arms”. Oltre al co-produttore e tastierista Guy Fletcher, Knopfler è affiancato da Glenn Worf (basso elettrico e contrabbasso) e Ian “Ianto” Thomas (batteria), più i musicisti che contribuiscono a donare al disco la sua aria folk, ovvero John McCusker (violino e cetra), Mike McGoldrick (whistle, flauto, chitarra tenore) e Phil Cunningham (fisarmonica), senza contare un paio di interventi di Nigel Hitchcock (sassofono), Tom Walsh (tromba), Bruce Molsky (banjo, fiddle, chitarra), Ian Thomas (washboard).

A forza di ascoltarlo, si ha l’impressione di sentire l’odore dei nastri sui quali “Tracker” è stato inciso e di vedere i gesti degli uomini che stanno dietro gli strumenti. Knopfler si prende tutto il tempo di dipanare storie e dipingere paesaggi sonori, e così le canzoni superano spesso i sei minuti di durata. Il finale è affidato a “Wherever I go” cantata in duetto con la dolcissima Ruth Moody delle canadesi Wailin’ Jennys, che altrove offre un tocco femminile ai cori. Come in quella canzone, dove il protagonista è seduto al bancone di un bar lontano da casa e dagli affetti, in tutto il disco si respira un’aria di serena nostalgia appena turbata da un filo di malinconia. “Tracker” è l’album di uomo di 65 anni, e si sente. Non è dissimile dai dischi registrati in passato dal chitarrista. Se avete trovato vecchi e noiosi quelli, qua dentro non c’è nulla che vi farà cambiare idea. Ma se vi piace il modo in cui Knopfler racconta piccole storie e le cala in scenari sonori suggestivi, troverete in “Tracker” altre undici belle canzoni e la conferma che è molto più gratificante spiare le vite degli altri in una canzone che su Facebook.

TRACLKLIST:
"Laughs and jokes and drinks and smokes"
"Basil"
"River towns"
"Skydiver"
"Mighty man"
"Broken bones"
"Long cool girl"
" Lights of Taormina"
"Silver eagle"
"Beryl"
"Wherever I go"
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