«1989 - Taylor Swift» la recensione di Rockol

Taylor Swift - 1989 - la recensione

Recensione del 30 ott 2014 a cura di Pop Topoi

La recensione

La copertina di "1989" di Taylor Swift è una polaroid, e anche nel testo di "Out of the woods" si parla di una polaroid: viene scattata da un compagno che, si scopre più avanti nella canzone, finirà all'ospedale con venti punti di sutura. Si tratterebbe di un incidente in motoslitta durante una vacanza con Harry Styles, ma non è certo: nella carriera della cantante realtà e mitologia spesso si sovrappongono, ed è lei la prima a disseminare indizi e curiosità nei suoi pezzi affinché i fan, i siti di gossip e i critici possano divertirsi a speculare. Ma se anche non ci interessasse la vita privata di Taylor Swift (è un'ipotesi per assurdo: a tutti interessa la vita privata di Taylor Swift), la canzone in sé non ne soffrirebbe: l'artista ha la capacità di catturare in ogni verso piccoli momenti (o polaroid) e decorarli con valanghe di dettagli fino ad animarli con rara efficacia. Taylor Swift non è mai generica perché è una cantastorie venuta dal country.

"1989", però, non è un disco country, e se col precedente "Red" si poteva ancora discutere sulla sua appartenenza al genere, qui non ci sono più dubbi: Taylor Swift fa pop, lo fa bene e lo sa vendere (pare che questo disco sarà l'unico del 2014 a superare il milione di copie vendute, e raggiungerà l'obiettivo in meno di una settimana). L'anno scritto sulla copertina è quello in cui è nata nonché l'ispirazione per i suoni – perlopiù elettronici e volutamente datati. I produttori che seguono la cantante nell'esperimento sono tutti i grandi i nomi che ci si aspetta di trovare in un album pop (Max Martin, Ryan Tedder, Greg Kurstin) più un paio di collaboratori inconsueti (Jack Antonoff dei fun., Imogen Heap), ma Swift non è mai in secondo piano. Anzi, nonostante il numero di persone coinvolte, il risultato è omogeneo – segno che è stato diretto con grande sicurezza. L'unica traccia in cui Swift sembra immergersi del tutto nel mondo dell'ospite è "Clean", ma anche i suoni e i cori di Imogen Heap non riescono a distogliere l'attenzione dalla protagonista.

Pur non avendo vissuto gli anni '80, Swift ne ha studiato con cura le musiche. Ma il suo non è un lavoro filologico a tutti i costi: al contrario di Lana Del Rey, che guarda al passato sospirando nostalgica e salterebbe sulla prima macchina tempo, Swift vuole solo catturare un'atmosfera col synth giusto e trovare una cornice più interessante per le sue nuove storie. Paradossalmente, le idee rubate al secolo scorso fanno di "1989" uno dei dischi più freschi dell'anno, e con "Welcome to New York" Swift disintegra la concorrenza già dalla prima traccia: è garantito che non sentiremo nulla di altrettanto kitsch e divertente nel 2014. Anche nei punti più bassi ("Bad blood", blanda canzone d'odio che sarebbe dedicata a Katy Perry; "How you get the girl", che sembra scritta come un jingle pubblicitario e infatti lo è già, per Coca Cola), "1989" è irresistibile in modi che l'ascoltatore paranoico tende a definire "guilty pleasure" e dimostra che Swift, oltre al talento per la scrittura che ha affinato col country, ha maturato anche quello per la produzione in un contesto pop.
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