«STORYTONE - Neil Young» la recensione di Rockol

Neil Young - STORYTONE - la recensione

Recensione del 29 ott 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

C’è qualcosa che non ha ancora fatto?
Sì, un disco come questo. Il secondo dell’anno, dopo “A letter home”. Il secondo disco “strano” dell’anno. L’ennesimo disco "strano" di una carriera epica, e tante deviazioni dalle due strade principali, quella acustica e quella elettrica. Con Neil Young c’è sempre da tenere le dita incrociate, quando imbocca queste “backstreets” della sua musica. "A letter home” era una presa per i fondelli, con le sue cover monotone registrate in una cabina del telefono degli anni '30, per sfida e per divertimento. Con “Storytone” Neil Young fa le cose sul serio: un disco “orchestrale”, il primo della sua carriera, che esce anche in una versione doppia: un album con le versioni originali, semi-acustiche, e quello inciso con un ensemble di 92 elementi.

“Storytone” è un disco in cui l’idea non prende il sopravvento sul contenuto. Non è un esercizio di stile, o una provocazione. E’ un album di buone canzoni, incise in maniera diversa. Non che non avesse mai lavorato con l’orchestra, Neil Young: vengono in mente certi momenti di “Harvest”, per esempio ("A man needs a maid", incisa con Jack Nitzsche e la London Symphony Orchestra). Ma un disco intero, mai. E, all’annuncio, un brivido: che è un attimo farsi prendere la mano da archi, fiati e quant’altro, e scadere in arrangiamenti pretenziosi, o semplicemente melensi. Non tutti sono Burt Bacharach, per intenderci.
L’inizio, con “Plastic flowers”, fa un po’ quell’effetto. Young canta di “Mother nature”, ma la canzone è meglio nella versione “solo”, forse perché quelle parole e quel piano ricordano proprio “After the gold rush”; nella versione orchestrale il tutto risulta un po' lezioso. Già dalla seconda canzone, le cose cambiano un po’, con un arrangiamento più arrembante: "Who’s gonna stand up?”, presentata quest’estate in versione elettrica con i Crazy Horse, funziona anche in questa versione più elegiaca. Ma il bello del disco è la sua varietà: non c’è solo l’orchestra: c’è la big band di “Say hello to Chicago” - fa un po’ effetto sentire Young che fa il Sinatra, ma la sua voce è intatta, uguale a quella di sempre, e, pur non essendo pulita come quella di un cantante swing, funziona. Ci sono i blues di "I want to drive my car” e "Like you used to do”. E ci sono “When I watch you sleeping” “All those dreams”, che sembrano uscite dritte dritte da “Harvest”.

E poi c’è il secondo disco, quello delle versioni “Solo”, incise con chitarra, dulcimer, piano: piccoli quadretti minimali, delicati, ma con melodie e strutture belle forti. E lì si capisce che Neil Young ha riservato a questo disco delle canzoni vere.
Poi certo, i tempi dei suoi capolavori, delle canzoni memorabili e immortali sono passati da un bel po’. Però “Storytone” è un bel disco. E’ l’ennesima eccezione della sua carriera, ma è tutt’altro che uno scherzo come “A letter home”. Un disco vintage, come lascia intuire il nome retrò, e registrato e missato da Al Schmitt con Michael Bearden e Chris Walden, dal vivo in studio. Si sente la polvere, come se fosse stato registrato negli anni ’60. Ma questa volta la polvere fa parte del suono, senza tappare le orecchie di Neil Young e le nostre.

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