Recensioni / 15 lug 2014

Robin Thicke - PAULA - la recensione

Voto Rockol: 2.5/5
Recensione di Michele Boroni
PAULA
Star Trak/Interscope Records (CD)
Robin Thicke ha un'ossessione, non so quanto realmente consapevole, per Marvin Gaye. Nei suoi primi dischi non mancano mai i duetti con donne (Mary J Blige, Faith Evans, Ashanti) che hanno fatto la fortuna commerciale del soulman Motown, inoltre il successone dell'estate scorsa “Blurred Lines” era totalmente scippato (e non riconosciuto) da “Got to give it up”, al punto che gli eredi di Gaye lo citarono in giudizio per plagio. Peraltro è proprio questa canzone, il testo e video hot, il twerking con Miley Cyrus e il successo planetario improvviso, che lo ha portato a inanellare una serie di guasconate e scappatelle sessuale e, di conseguenza, nel febbraio scorso, alla richiesta di divorzio da parte della moglie e attrice Paula Patton, fidanzata storica dai tempi della scuola.
E così anche Robin Thicke scrive e registra in fretta e furia il suo disco post-breakup, ma mentre i testi di Marvin Gaye in “Here, my dear” (altro celebre disco post matrimonio del 1978 fortemente autobiografico) erano pieni di rabbia e ira, qui il buon Robin si lancia in una raccolta di canzoni che invocano pietà e lanciano un appello di perdono alla moglie (a cui è intitolato il disco) per il suo passato recente chiedendole di tornare insieme a lui.
Nella prima traccia “You're my fantasy” una stingata spagnoleggiante, Thicke dice ben 24 volte “please”, il primo singolo si intitola “Get her back”, in “The Opposite of me” mette in fila tutti i suoi difetti del passato recente e addirittura nella ballata blues “Lock the door” grida "At least open the doggie door / throw a friend a juicy bone". Anche quando sembra provare piacere per qualche guasconata ("Something Bad"), egli sembra dire che non ne è valsa la pena.
Insomma, il tutto è piuttosto patetico e imbarazzante, specialmente quando si insiste su aspetti molto privati della vita di coppia, ed è il perfetto bersaglio per la critica musicale che aspetta sempre di punire chi ha conquistato il successo rapidamente.
Musicalmente il disco è piuttosto piatto e frammentato, registrato in fretta e furia, dove si salva solo la voce di Thicke sia nelle rare performance in falsetto sia nei registri più bassi à la Ray Charles (come in “Love can grow back”), oltre all'umana e maschia simpatia verso il romanticismo dissennato di un uomo debole.
Ma quando prova ad uscire dal registro marito disperato e supplicante fa anche peggio, come in “Living in New York” versione local e trash di “Living in America” di James Brown o nel swing retrò “Time of your life”. Meglio allora le blue eyed soul ballads come “Still Madly Crazy” o nella già citata “Get her back”.
Ma il pubblico del pop, che si presume solitamente piuttosto interessato alle vicende morbose e private delle star, non sta premiando il disco sul mercato e le vendite in Usa, Uk e Australia sono un disastro . Come diceva qualcuno, se hai un messaggio da mandare, scrivi una lettera, non incidi un disco (o non giri un film).