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Recensioni / 27 giu 2014

Chrissie Hynde - STOCKHOLM - la recensione

Voto Rockol: 3.0/5
Recensione di Alfredo Marziano
STOCKHOLM
Caroline/Universal (CD)
Chrissie Hynde in assetto da guerra, come una indiana metropolitana. Pittura sul volto, gilet sbracciato, cravatta, jeans, mani appoggiate sulle anche e sguardo di sfida. E' sempre lei, anche a sessantadue anni e anche se per la prima volta si presenta a nome suo e senza i Pretenders . Potrebbe sembrare una cosa di poco conto, un dettaglio di minore importanza visto che nel gruppo ha sempre avuto in mano il bastone del comando, ma non è così: perché quel che manca a questo disco, in fondo, è proprio il suono di una band, la grinta, la compattezza e l'unità di intenti di una squadra. Hynde voleva confezionare un album power pop, "una via di mezzo tra gli Abba e John Lennon", e ci è riuscita solo a metà, perché il suo produttore Bjorn Yttling (del trio Peter, Bjorn and John) ha smussato un po' troppo gli angoli e il suo indie pop alla svedese è un pizzico troppo algido e composto per una signora di ghiaccio bollente come Chrissie (la ricordate in pezzi come "The adultress" e "Middle of the road"?).

A Stoccolma, poi, lei e i suoi nuovi collaboratori hanno lavorato a intermittenza (si parla di una ventina di session nell'arco di due anni), forse perdendo un poco la concentrazione e la tensione anche se il disco è molto piacevole, molto smooth, sempre agile e filante. Comincia con un rullante e un'atmosfera da girl group anni Sessanta prodotto da Phil Spector, come se la puntina cadesse sui solchi di un disco delle Ronettes o delle Shirelles, e "You or no one", testo ipersentimentale a tema, coretti e buon impatto radiofonico, potrebbe essere un buon singolo dopo la prima scelta caduta su "Dark sunglasses", più rock, più uptempo, con un testo più intrigante (il bersaglio sono certe aspiranti celebrità) e un altro "gancio" orecchiabile e ben riuscito. I due ospiti di richiamo mediatico fanno la loro parte, e almeno in un caso è una sorpresa: la chitarra distorta e furente di Neil Young , inconfondibile e catturata un giorno d'estate a Londra in una fugace seduta da "buona la prima", trascina "Down the wrong way" sui binari roventi dei Crazy Horse e di certe sfuriate elettriche tipiche del canadese (un sogno che si realizza per Chrissie, fan della primissima ora e testimone oculare dei tragici fatti raccontati nel 1970 in "Ohio"); ma anche John McEnroe, amico di lunga data e spesso ospite dei concerti dei Pretenders quando passano da New York, se la cava insospettabilmente bene alla sei corde sciorinando bei fraseggi acidi e bluesati in "A plan too far", ballata dalle cadenze western in cui la voce della Hynde - intatta, fascinosa, sensuale e navigata - si incarica della distruzione sistematica dell'ennesimo maschio fragile e inaffidabile.

Non è tutto a questi livelli, il disco, tra i ritmi spezzati e new wave di "You're the one", quelli distorti e quasi dance di "House of cards", nelle spire morbide di "Like in the movies" e i riff pop-rock di "Sweet nuthin' ". Esagera Pitchfork nel sostenere che meglio avrebbe fatto a pubblicare un EP con cinque pezzi, ma sono decisamente meglio i brani più lenti in cui Chrissie e il suo team osano qualcosa di più: aperta da una introduzione di ottoni (sintetici?), "In a miracle" è una ballata scenografica che piacerebbe ad Aimee Mann, "Tourniquet (Cynthia Ann)" una soffusa ed eterea nenia di matrice folk ingentilita da un arpeggio di acustica e da un vibrafono e "Adding the blue", uno dei due pezzi firmati anche da da Joakim Åhlund dei Caesars, il momento di più ampio respiro melodico dell'album.

Non prendeva una chitarra in mano da due anni, la Hynde, e forse non si è ancora tolta tutta la ruggine di dosso. Le ballad riflessive e un po' amarognole si addicono forse di più alla sua maturità di donna reduce da mille battaglie ma lei resta una rocker che non vuole menarsela più di tanto e che alla musica affida principalmente lo scopo di divertire e di toglierle la malinconia di dosso. "Non voglio che l'arte sia disturbante. Sono già abbastanza disturbata di mio". Più chiaro di così.