«BSB3 - Bud Spencer Blues Explosion» la recensione di Rockol

Bud Spencer Blues Explosion - BSB3 - la recensione

Recensione del 09 giu 2014 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Ci sono album che nascono per essere portati su un palco, e, per quanto concepiti in studio e fissati su nastro (o digitalmente, in base alle necessità), solo sul palco riescono a dare effettivamente il meglio, a trovare la propria dimensione. In questo caso non ci sono cuffie, impianti stereo esosi a mille o vinili 180 grammi che tengano: contano solo le orecchie. Conta il metro e mezzo scarso di scarto tra le assi della pedana e il pavimento. Contano gli amplificatori, conta il sound grezzo e diretto; il sudore alla fine di un assolo. Che sia di batteria, di chitarra o di violoncello non fa differenza. Conta la strada che uno percorre da casa al concerto. Conta sapere con certezza ancora prima di entrare che quello che ti aspetta è un’ora e mezza di sano, irresponsabile, scavezzacollo, tiratissimo rocchenroll. Niente di più, niente di meno. Da una parte noi, dall’altra la band. E i Bud Spencer Blues Explosion, al secolo Adriano Viterbini e Cesare Petulicchio, oramai sanno perfettamente come si gioca al meglio questa partita. Ecco perché per il nuovo “BSB3”, i BSBE e Giacomo Fiorenza (chiamato a produrre il disco con questo compito ben preciso) hanno ben pensato di levare tutto il levabile e rimanere solo con l’essenza dei pezzi (dieci più una traccia fantasma, alla vecchia maniera), e nient’altro. Perché questi pezzi sono stati scritti per essere suonati dal vivo, dove ti metti a nudo senza trucchi o magheggi, senza sovraincisioni o postproduzioni di sorta. Né ora, né mai.

La forza di un album come “BSB3” è dunque, paradossalmente, il suo non funzionare come album in sé. Capiamoci: “Duel”, “Hey man” e “Mama” sono una tripletta d’apertura da capogiro. Riff, batteria pestata e niente di più; tre pappine e ciao, ma in cuffia sono, fisicamente, quasi uno spreco. Non è una critica, sia chiaro. Sto solo facendo notare che in questo disco, per un a volta, le intenzioni di chi l’ha scritto sono particolarmente evidenti, e c’è poco da girarci intorno con chissà quali paroloni. I ragazzi si sono dati (parecchio) da fare perché in tutti e dieci i pezzi (blues e hard rock di ottimo livello, con una non troppo celata vena psichedelica/ironica che emerge qui e la a partire dalla bella copertina dove il “dio tramezzino” appare nel cielo verde di un deserto di rocce), dal più teso a quello più compassato, da "Miracoli" a “Troppo tardi”, la testa corra sempre al prossimo concerto. All’incipit esplosivo, alla tirata centrale, al crescendo inesorabile d’intensità, al singolone strappa pogo, a quando è ora di essere mandati a nanna e la maglietta sudata e sgualcita certifica che nessuno ha più niente da dare; a quel preciso momento di catarsi purificatrice, quando si raggiunge il climax. Ecco, dischi come questi vanno semplicemente messi in prospettiva: i Bud Spencer Blues Explosion sono tornati con dieci bei pezzi che faranno la gioia di chiunque li sentirà dal vivo. Punto. Vecchia scuola, zero pretese: le band nascono per suonare. Alla grande.
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