«FIRST MIND - Nick Mulvey» la recensione di Rockol

Nick Mulvey - FIRST MIND - la recensione

Recensione del 09 giu 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Capita di ritrovarsi per le mani album che ti sorprendono perché non assomigliano praticamente a nulla di quello che c’è in giro, ora.< “First mind”, l’esordio solista di Nick Mulvey è uno di quei dischi.
Mulvay ha una storia musicale lunga, è uno che è stato in giro, ha studiato. E’ stato il leader e fondatore dei Portico Quartet, apprezzata band di indie-jazz inglese che ricordano un po’ i Penguin Café Orchestra.
(Si, esiste l’indie-jazz. Io ho comprato un disco incuriosito dei Portico Quartet proprio da quell’etichetta stampata in copertina, anche se non ho ancora capito bene cosa vuol dire).
Dai Portico Quartet, Mulvay è uscito dopo il primo album, ma si è portato dietro la tendenza a cercare strutture musicali inconsuete, arrangiamenti non necessariamente legati ad una forma “tradizionale”. Tendenza che ha impiantato sulla forma-canzone, mettendosi a cantare. Basta sentire “Juramidam”, con il suo groove basato su un arpeggio di chitarra, e la sua melodia ipnotica. Ci sono momenti in cui Mulvay ricorda il cantautorato più folk ed etereo, come nell’intro di “Alisa Craig”, che però poi si apre in un crescendo intenso, o “Meet me there”. Ma il gioco di Mulvay è proprio quello di usare la chitarra per costruire strutture musicali diverse dal solito, su cui stratificare suoni e melodie: “Fever to the form” è un perfetto esempio in questo senso
Il nome che mi viene in mente come termine di paragone per la musica di Mulvay è quello dei Wood Brothers, la band di Chris Wood di Medeski, Martin & Wood - anche loro con solidi radici nella musica strumentale e fuori dai canoni, anche loro con solidi radici nella musica più “roots”. Ma, paragoni a parte, “First mind” è semplicemente un bel disco di un cantautore che va lontano dagli stereotipi del genere - fors’anche solo per questo, merita attenzione.
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