«REVELATION - Brian Jonestown Massacre» la recensione di Rockol

Brian Jonestown Massacre - REVELATION - la recensione

Recensione del 30 mag 2014 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Il deus ex machina dei Brian Jonestown Massacre, Anton Newcombe, non è più – almeno stando a quanto si dice in giro – il tossicomane instabile e fuori controllo ritratto nel film-documentario “Dig!” di Ondi Timoner: è invece un papà e un marito, ora. Dicono che esce poco, si tiene ben lontano da droghe, alcool e stravizi e si è messo a fare il produttore a tempo pieno, nel suo studio berlinese.
Eppure nonostante questo cambio di rotta – una vera e propria inversione a U esistenziale – la sua musa e la sua vena sembrano rimaste intatte, quasi a voler sbattere in faccia a cinici, detrattori e patetici fan dell’eccesso fine a se stesso che, alla fine dei conti, lui avrebbe fatto lo stesso ottima musica anche senza tutto il circo e le follie che tanto piacevano a pettegoli e stampa scandalistica.

Del resto già col precedente “Aufheben” (2012) il concetto era stato chiaramente messo sul piatto: Anton aveva inciso il disco nella sua nuova città d’adozione (Berlino) e, soprattutto, dopo aver iniziato una nuova vita. Nessuno ha avuto il coraggio e il modo di dire che si trattasse di un lavoro inferiore, meno valido e peggiore dei precedenti: perché, semplicemente, non era così.
Insomma, piuttosto che qualcosa che si alimentava con le risse, l’imprevedibilità, le sostanze più illegali assunte in ogni modo e una personalità sempre sull’orlo del baratro psicotico, il talento di Newcombe ha dimostrato di essere ben altro. È, infatti, un dono che è sopravvissuto NONOSTANTE tutto quello che si elenca poco sopra.


Dopo il preambolo propedeutico, veniamo a questo quattordicesimo (sì, proprio così... e in poco più di 25 anni di vita) disco in studio dei Brian Jonestown Massacre, la band che piace alla gente che piace, da sempre.
Il panorama è ancora il medesimo: Anton Newcombe e il suo genio, sempre alle prese con la sua visione postmoderna, creativa, folle e filologica al contempo, che frulla il meglio della musica dei Sessanta, Settanta e Ottanta – garage, rock, pre punk, post punk, psichedelia, blues, rock’n’roll, bubblegum... tutto. Ma, al contrario dei bravi imitatori e artigiani, la musica di Newcombe è riconoscibilissima e peculiare nonostante la semplicità degli elementi utilizzati: lui è capace di creare il proprio sound speciale, inimitabile e deliziosamente contemporaneo (nonostante un’anima vintage al 100%). E lo fa con elementi comunissimi.
Certo, a tratti c’è qualche dejà-vu, qualche autocitazione, qualche reiterazione di idee e spunti già ascoltati nei suoi album precedenti, ma come dire... accade anche a big molto più blasonati di lui. E in media anche in modo più smaccato e sfacciato.

La traccia d’apertura, “Vad hände med dem” è puro Brian Jonestown Massacre sound, roba che si poteva trovare in uno qualsiasi dei primi lavori... parte strumentale da pelle d’oca, con l’aggiunta di un cantato in tedesco, il tutto su un beat motorik, molto kraut. “Unknown” si riallaccia al discorso del Syd Barrett solista più fuori di testa, mentre “Xibalba” e “Goodbye (butterfly)” sfiorano atmosfere addirittura vicine al pop pastorale e bucolico, con un’apoteosi nel folk-psych di “Second sighting”. Non dimentichiamo la strumentale “Duck and cover”, dalle vibrazioni apocalittiche, e “Memorymix” – una sorta di colonna sonora ideale per il festino più tossico, oppiaceo e drogato che potreste immaginare.
Newcombe ha, al solito, distillato una pozione di tutte le sue influenze – immaginate un ventaglio fra gli Stones (periodo “Their satanic majesties request”) e il post punk di Cure e Southern Death Cult – restando fedele a se stesso. E dimostrando, chissà se con qualche grado di soddisfazione ormai, che i suoi Brian Jonestown Massacre alla fine sono stati in grado di durare – e avere un senso – molto più a lungo degli ex amici Dandy Warhols (chi non coglie il riferimento è invitato a visionare il già citato documentario “Dig!”, che esplora appunto le dinamiche tra le due band).
In breve: “Revelation” (a proposito: un titolo più scialbo era difficile da trovare, caspita...) non sarà un masterpiece epocale, ma è un buonissimo album dei BJM; un lavoro che non mancherà di convincere vecchi e nuovi fan ad abbeverarsi alla fonte di Newcombe e dei suoi paesaggi mentali. Alla fine, droga o non droga, quello che conta è la musica... e qui ce n’è a volontà.
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