«SHEEZUS - Lily Allen» la recensione di Rockol

Lily Allen - SHEEZUS - la recensione

Recensione del 06 mag 2014 a cura di Pop Topoi

La recensione

Lily Allen aveva bisogno di una pausa. Cinque anni fa si è ritirata dalle scene per dedicarsi a tempo pieno alla sua nuova famiglia, ma in un certo senso c'è sempre stata. Ha continuato a commentare ciò che succedeva nel mondo dello spettacolo, ma anziché farlo con le canzoni, o da insider, ha preferito twittare dal divano di casa sua. Lily non era più sui tabloid inglesi, ma le sue opinioni sui programmi tv e le nuove popstar hanno continuato a raggiungerci in 140 caratteri – la continuazione ideale per una cantante che si fece notare su MySpace tanto per la musica quanto per i post taglienti che spesso scriveva. Proprio quando, tra un livetweet di X Factor e l'altro, stava per diventare una di noi, a fine 2013 pubblica contemporaneamente una deliziosa cover dei Keane per lo spot di Natale di John Lewis (altro che Coconuda) e il singolo "Hard out here". Nel video, che prende in giro Thicke e "Blurred lines", critica la rappresentazione delle donne nei media e viene a sua volta criticata dai media per le stesse ragioni (con l'aggravante, secondo alcuni, del razzismo latente nell'uso delle ballerine nere). Non è stata capita o l'ha fatto di nuovo? Nel dubbio, si sta parlando di lei: bingo.
In "Sheezus", il suo terzo album, Lily torna a essere una delle voci più dirette e sagaci nel panorama pop, aggiornando il vocabolario e i riferimenti alla contemporaneità (dal titolo, preso in prestito da Kanye West, a Cara Delevingne, da Instagram alle cuffie Beats by Dre). Per quanto possa fare piacere sentire Lily finalmente appagata dalla sua vita sentimentale ("As long as I got you") e sessuale ("Close your eyes"), i testi più riusciti restano quelli in cui trova un bersaglio e lo colpisce in pieno: in "URL Badman" se la prende coi troll; in "Silver spoon" risponde a chi non l'ha mai considerata credibile perché nata benestante; in "Insincerely yours" critica i tabloid pur riconoscendo di essere parte del problema ("Siamo tutti qui perché il prezzo è giusto"); in "Sheezus" sminuisce le presunte faide tra popstar e si misura con le aspettative di un pubblico sempre più esigente.
Ci sono momenti in cui Lily smette di lamentarsi e si rilassa con inni all'escapismo come "Air balloon" o "Our time" (una specie di versione londinese di "We can't stop" di Miley Cyrus), ma lei stessa ha definito questi due singoli "spazzatura" e ha dichiarato di averli scritti col solo scopo di fare felici le radio. Insomma, se non si lamenta nelle canzoni, si lamenta delle canzoni.
Eppure dovrebbe essere orgogliosa di "Sheezus", un disco che non si lascia contagiare dall'EDM e che vuole essere attuale più nei contenuti che nei suoni. Nei momenti migliori, Lily sembra una M.I.A. più accessibile e giocosa, ma si fa anche tentare da country ("As long as I got you" occupa il posto che "Not fair" aveva nell'album precedente), dancehall ("L8 CMMR") e soprattutto hip-hop. Purtroppo, dall'hip-hop prende anche una delle peggiori abitudini: l'autotune, un vezzo di cui non avrebbe alcun bisogno e che, sebbene venga usato spesso ironicamente, sminuisce anziché arricchire. Ma nel complesso, "Sheezus" è l'album riuscito di una cantautrice che ha sempre meritato le attenzioni del pubblico e che, come si legge sulla copertina divide et impera. Lily ha sempre reso il pop una materia più interessante, ed è bello sapere che abbia smesso di esserne solo una spettatrice.
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