«ENTER THE SLASHER HOUSE - Avey Tare's Slasher Flicks» la recensione di Rockol

Avey Tare's Slasher Flicks - ENTER THE SLASHER HOUSE - la recensione

Recensione del 22 apr 2014 a cura di Claudio Todesco

La recensione

In che razza di posto siamo finiti? Siamo a bordo di una giostra impazzita, nelle viscere di una casa degli orrori? In un parco giochi, in un luna park? È un test per i nervi o un modo originale per farci ballare? È uno scherzo o è una cosa seria? Con la sua miscela originalissima di ritornelli pop e intrecci strumentali inestricabili, col suo sovraccarico d’informazioni sonore e le sue canzonette stordenti, “Enter the slasher house” è un’allucinazione giocosa che aderisce perfettamente al cubismo pop degli Animal Collective, di cui Avey Tare è una delle menti creative. Ci finisci dentro scivolando lungo i risucchi dei sintetizzatori di “A sender”, ti fai un viaggio immerso in una bolla sonora coloratissima, subisci qualche scossone e vieni risputato fuori cinquanta minuti dopo, lievemente stordito.

Il presupposto di “Enter the slasher house” è simile a quello dell’ultimo lavoro degli Animal Collective “Centipede hz”: tornare alla canzone dritta (si fa per dire) dopo il trip di “Merriweather post pavilion”, l’album che ha trasformato il gruppo di Baltimora prima in un santino, poi in un facile bersaglio della scena underground americana. Per farlo, David Portner alias Avey Tare ha messo in piedi un trio inedito con la polistrumentista nonché fidanzata Angel Deradoorian (ex Dirty Projectors) e il batterista Jeremy Hyman (Ponytail). Ha dato loro i provini per voce e chitarra di undici canzoni che ha scritto in un periodo d’inattività dovuto alla malattia. I tre le hanno inserite nella centrifuga della loro immaginazione per poi tirarle fuori irresistibilmente stropicciate. Hanno indossato inquietanti maschere di pelle (sul serio) e ora vanno in giro dicendo che questi pezzi “provengono da un luogo non umano”. Di certo provengono da un luogo arcano: “Enter the slasher house” è il tipico disco che ti spinge a chiederti che razza di strumenti stai ascoltando. A Portner, è ovvio, piace il mistero.

È un bel modo per reagire ai suoni lugubri e melmosi di “Down there”, l’album solista del 2010 che Avey Tare ha inciso scosso dal divorzio, dalla malattia della sorella, dalla morte della nonna. Anche “Enter the slasher house” è nato in un periodo difficile, ma stavolta Portner ha reagito calandosi in una dimensione ludica, abbinando al progetto un immaginario da film horror di serie B che in realtà c’entra poco con le canzoni. Si respira piuttosto voglia di svago, come in “Catchy (was contagious)” dove un ritornello da canzonetta anni Sessanta viene filtrato da effetti sinistri per poi essere rimpiazzato da una specie di jodel. Laddove è presente, la componente dark è stemperata dall’ironia e dalla voglia di spiazzare, come nel viaggio psichedelico di “The outlaw” dove sono stipate idee per tre, quattro canzoni. È difficile seguire le trame che compongono “Enter the slasher house”: i pezzi sembrano in una fase di continua ridefinizione, i suoni si riverberano l’uno sull’altro, le linee vocali sono effettate, gli strumenti sono ectoplasmi che s’intrecciano con le armonie vocali. Non è roba complessa quanto quella degli Animal Collective e per capirlo basta ascoltare un singolo semplice e divertito come “Little fang”, che strizza l’occhio con benevolenza ai giorni della disco music, passati attraverso il culto di Portner per il riverbero.

Avey Tare giura di essersi ispirato al pop anni Sessanta, ma la sua immaginazione non conosce i limiti dell’epoca. Abbinando scenari sonori mutevoli, abbondanti sintetizzatori (suonati da Deradoorian), timbri camuffati, tracce di basso funkeggianti e una batteria ipercinetica, “Enter the slasher house” ha la stessa snervante ricchezza di certi dischi degli Animal Collective, ma è decisamente più leggero. Sembra il frutto di una qualche alchimia in sala d’incisione e invece è stato suonato in gran parte del vivo. Lo dimostrano la travolgente “Blind babe” e la cangiante “That it won’t grow”: il ruolo di Avey Tare è preponderante, ma questa è una vera band, il prodotto dell’unione di tre diverse personalità artistiche. Pur non potendo contare su composizioni sempre di prima qualità o su melodie orecchiabili – chi può mai canticchiare una cosa come “Duplex trip”? – il pop psichedelico e fanciullesco di Avey Tare e dei suoi Slasher Flicks è sfaccettato e al contempo divertente, cupo eppure pieno di humour, ambizioso senza essere pretenzioso. Ecco perché da questi cinquanta minuti esci stordito, sì, ma felice.
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