«E FORSE SONO PAZZO - Diodato» la recensione di Rockol

Diodato - E FORSE SONO PAZZO - la recensione

Recensione del 01 mar 2014 a cura di Paola De Simone

La recensione

La sua “Babilonia”, cantata nell’ultima edizione del Festival di Sanremo, ci gira ancora in testa, e se chiudiamo gli occhi, vediamo come in un fermo immagine le braccia spalancate di Diodato sul ritornello. Spalancate non ad abbracciare, ma a comunicare quel senso di disperata liberazione di cui parla la canzone. E’ lei, “Babilonia”, a spingerci verso questa recensione perché, in tutta sincerità, il disco d’esordio di Diodato intitolato “E forse sono pazzo” è sul mercato già da quasi un anno (ora ristampato con l’aggiunta del brano sanremese). Oggi però pensiamo possa essere utile dirvi che quella canzone che – forse - avete apprezzato al Festival non è uno sparuto episodio, non è la canzone riuscita per sorte divina, non è il lato A di un progetto discografico. Ma è un capitolo di un volume all’altezza, dove buona parte delle altre dodici canzoni regge il confronto. A partire da “Ubriaco”, che del disco fu singolo di lancio: melanconico, disperato, trascinante, un po’ tango, un po’ soft-rock, certamente retrò. Per proseguire poi con “I miei demoni”, dove la mancanza di lucidità è supportata da un rock ficcante e sostenuto. O con “Panico”, caratterizzato dal ritmo dettato da un basso ostinato e da una forte componente elettronica. Per non parlare di “Amore che vieni, amore che vai”, evidente omaggio a Fabrizio De André, stravolto nell’arrangiamento, ma non nel pathos, e comprensibilmente scelto dal registra Daniele Lucchetti per la colonna sonora del film “Anni felici”. Ecco, questa cover probabilmente racchiude il mondo musicale di Diodato: legato al cantautorato italiano quanto al rock d’oltremanica. Da qui la sua attenzione per i testi e la sua necessità di andare oltre il pop rock dello stivale. Così suoni programmati e diavolerie varie (fischi, iPhone, toys…) incidono in modo singolare sul suono del disco, convivendo però senza fatica con il pianoforte e la batteria suonati dallo stesso Diodato e con tutti gli altri numerosi - e più canonici - strumenti utilizzati (organo, chitarre, tamburello, mellotron, percussioni…). Non mancano, però, brani d’atmosfera, come “E forse sono pazzo”, “Patologia” e “Gli alberi”, ma non si tratta prettamente di ballate rock, quanto più di ambient song. Già, niente sembra essere scontato e ordinario in questo disco.



Disco che si fa fatica a catalogare sotto la voce opera prima, perché se è vero che generalmente negli album d’esordio vanno a confluire, come in un best, le migliori produzioni realizzate fino alla pubblicazione, è altrettanto vero che spesso raccontano anche l’inesperienza e la ricerca d’identità tipica dei primi passi. Non è questo il caso, però. L’identità di Diodato è già delineata e si dipana tra chiaroscuri e graffianti esplosioni, il tutto comunicato con una vocalità dotata di interessanti sfumature. Va detto infine che tutte le canzoni sono state scritte da Diodato stesso - eccetto la cover di De André, s’intende - e arrangiate insieme ai suoi musicisti, mentre la produzione è di Daniele Tortora. La cura messa in questo lavoro ci ha convinti e ci tratteniamo dall’assegnagli le quattro stellette che merita solo per non offrire a Diodato un motivo per sollevare i piedi da terra. Ché il talento va nutrito dal basso.
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