«MADE IN LONDON - Noemi» la recensione di Rockol

Noemi - MADE IN LONDON - la recensione

Recensione del 27 feb 2014 a cura di Pop Topoi

La recensione

Noemi è una delle interpreti italiane che negli ultimi anni hanno avuto più fortuna nella lotteria degli autori. Lasciando per un attimo da parte doti vocali e immagine, che di certo influiscono sui risultati, le ottime canzoni che le sono toccate o che ha scelto (tra tutte, "L'amore si odia", "Per tutta la vita", "Sono solo parole", "Vuoto a perdere") sono andate a costruire un piccolo ma solidissimo repertorio in poche stagioni. Col terzo album in studio e il terzo Sanremo, Noemi ha però bisogno di imporsi come un'interprete non solo credibile ma anche contemporanea (un aggettivo molto caro a questo festival). I collaboratori stranieri e il viaggio all'estero sottolineano un cambiamento necessario e permettono di promuovere quest'album classificandolo come "di ricerca" o usando definizioni artificiose come "sound di Londra". Premesso che il sound di Londra, ammesso che esista, oggi andrebbe cercato nei territori di Rudimental o Katy B (e di certo non si cattura con un biglietto Ryanair), "Made in London" è un album convincente e molto curato. Lo si intuisce già dal progetto grafico del sempre bravo Paolo De Francesco, lo si capisce già sulle prime note di "Acciaio". È una Noemi nuova, più aggressiva e più sicura malgrado testi in italiano ancora un po' ingenui e la pronuncia imperfetta in quelli inglesi.




Innanzitutto, stupisce che le canzoni sanremesi "Un uomo è un albero" e "Bagnati dal sole" non siano molto rappresentative dell'album. La prima, ricca di ottoni, era quella che aveva più senso proporre con un'orchestra, ma quel testo un po' rétro (e un po' hippie) forse non ha fatto centro; la seconda, meno originale nella struttura e nei suoni ma più trascinante (Noemi è riuscita nella difficile impresa di fare battere le mani a tempo alla platea dell'Ariston), continua a crescere dopo la tiepida accoglienza del pubblico al televoto, e i passaggi radiofonici che va accumulando ne sono la prova. È apprezzabile che la cantante si sia presentata con due brani carichi di ottimismo sul palco delle pene d'amore per eccellenza, ma l'album offriva opzioni migliori oltreché più immediate: "Se tu fossi qui" e "Alba" sono ballate classiche ma molto suggestive, "Sempre in viaggio" e "Don't get me wrong" potevano essere due buone scelte uptempo e avrebbero comunque rappresentato una rottura per Noemi ("Don't get me wrong", che parte con un'introduzione coldplayana e si chiude con qualche azzeccato accenno di elettronica, si avvale della collaborazione di Dimitri Tikovoi, il produttore che, tra le altre cose, cambiò il sound dei Placebo).
Ci sono momenti più deboli, come l'esperimento in inglese "Passenger" (scritta da Jamie Hartman, autore che spazia da Christina Aguilera ai Westlife: non proprio una garanzia) e "Tutto l'oro del mondo" (firmata dall'ex compagno di X Factor Daniele Magro), ma nel complesso "Made in London" rappresenta una svolta per nulla scontata per Noemi. E, per ambizione e coraggio, spazza via tutti i dischi incisi nell'ultimo anno dalle sue colleghe senza cognome.
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