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Recensioni / 03 ott 2013

Paul McCartney - NEW - la recensione

Voto Rockol: 3.5/5
Recensione di Alfredo Marziano
NEW
Concord/Universal (CD)
Non sarà tutto così nuovo e diverso come il titolo e le anticipazioni facevano supporre, ma il Paul McCartney di "New" è di sicuro un artista giocoso, curioso, in palla e di ottimo umore. Dopo i progetti fuori campo e sperimentali (i Fireman, la collaborazione con Bloody Beetroots ) e certe indulgenze dichiaratamente nostalgiche ("Kisses on the bottom"), difficile chiedergli in questa occasione un'altra vigorosa sterzata dalla strada maestra: eppure un certo gusto minimalista e hi-tech, come nella grafica di copertina ispirata alle sculture e alle installazioni fluorescenti dell'americano Dan Flavin, soffia più di un refolo di aria fresca in questo disco dove forse la cura maniacale dei suoni e la energica baldanza dell'esecuzione contano più della qualità della composizione. Nel senso che Macca scrive a memoria, quasi in automatico, melodie per cui altri suderebbero sette camicie e sembra divertirsi soprattutto nel confronto e nello scambio di idee con i quattro produttori con cui ha lavorato tra Los Angeles, New York, Londra (Abbey Road e Air Studios, naturalmente) e il suo home studio nell'East Sussex a Hog Hill Mill. Nomi grossi, e di culto, con il già sperimentato Giles Martin (figlio di sir George) a fare la parte del leone e Mark Ronson , Paul Epworth e Ethan Johns a spartirsi il resto, gente che ha in carniere alcuni dei dischi più intriganti del 2013 ("Once I was an eagle" di Laura Marling) e un mazzo di best seller tra i più amati di questi ultimi anni ("Back to black" di Amy Winehouse, "21" di Adele).

Sir Paul li ha evidentemente ispirati a mescolare le carte, cosicché - seppure il marchio di ognuno resta riconoscibile - non sempre accade quel che ci si aspetterebbe. Johns, figlio d'arte e faro della scena neo folk e roots (lavora però anche con i Vaccines, e ha firmato le prime cose dei Kings Of Leon) confeziona da par suo i suoni rustici e cristallini di una impeccabile, distesa ballata acustica come "Early days"; ma poi, con "Hosanna", tratteggia uno sfuggente quadretto vagamente psichedelico, con chitarre registrate al contrario (almeno così parrebbe) e accordi in tonalità minore. E Martin jr., dopo la melodia a presa rapida e tutta da fischiettare di "On my way to work" (uno di quegli scorci di vita ordinaria e quotidiana in cui McCartney è maestro), si incarica anche di manipolare gli episodi più audaci e, in un certo senso, meno riconoscibili della collezione, tra i groove e i loop di "Appreciate" o le voci filtrate e i tappeti di tastiere di "Everybody out there".





A un primo ascolto (l'unico finora concesso), "New" suona come un disco pop multistrato, molto colorato, mosso, vivace, con molteplici chiavi di lettura. Funziona, più spesso che no, il mix tra vintage e moderno, confezione pop di alta sartoria e intriganti studi sul ritmo. Tante chitarre acustiche e melodia, ma anche break inattesi e innumerevoli piccoli dettagli sonori da gustare e scoprire poco per volta; tanti rimandi come sempre, ai '50 e ai '60 (specie nell'uno-due iniziale, tra il beat, le chitarre fuzz, il piano martellante e i coretti di "Save us" e l'Elvis proiettato nel duemila di "Alligator", prototipo del profilo mutante e trasformista di questo disco) , ballate e rock and roll, arrangiamenti essenziali (il piano & voce di "Turned out", una delle due bonus track incluse nella versione deluxe) e filastrocche elaborate (""Queenie eye"), vortici di tastiere, arpeggi delicati e distorsioni (tutto nella stessa canzone, "Looking at her"), xylofoni, bossa nova e lounge music che nella conclusiva "Road" finiscono per aggrovigliarsi in spire più contorte e nervose, mentre per "New", la "summer song" ormai più che nota - ma anche per la marcetta di "I can bet", contraddistinta da un assolo di Moog nel finale - valgono le parole scritte da Stephen Deusner su Pitchfork ("rassicurante, calda e familiare come un piumone logoro o una tazza di tè").

Dal registro basso, usato di sovente, al falsetto, impiegato con parsimonia, Paul sfoggia una voce duttile a dispetto delle 71 primavere e un entusiasmo ancora incontenibile. Le belle impressioni del concerto di Verona sono confermate, anche senza la gruccia di quel repertorio di ultraclassici che forma l'ossatura dei suoi show (la nuova sfida, anticipata da Macca, sarà far vivere le nuove canzoni di luce propria sul palco). Tanto che alla fine forse ha ragione lui: questo è un "nuovo" McCartney che canta le sue solite "silly love songs" e i suoi soliti omaggi alla Motown e alla Sun Records con una rinnovata voglia di far scoperte e di mettere il dito nella marmellata, un eterno fanciullino che perpetua il mito del rock ludico e adolescente attingendo a misteriose, inesauribili fonti di energia.