«MOONLANDER - Stone Gossard» la recensione di Rockol

Stone Gossard - MOONLANDER - la recensione

Recensione del 18 lug 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Il quiet one dei Pearl Jam è un tipo indaffaratissimo, ultimamente, che oltre a rimettere in moto i Brad a fianco del cantante Shawn Smith trova il tempo di pubblicare un secondo disco solista (il primo, "Bayleaf", risale al 2001) a pochi mesi dall'attesissima pubblicazione del nuovo album con Eddie Vedder & Co. Stone Gossard , il chitarrista che della formazione di Seattle è il motore di centrocampo nonché anima poco appariscente ma insostituibile, ha probabilmente deciso di sparare tutte le cartucce prima che gli impegni promozionali e dal vivo dei PJ lo assorbano nuovamente a tempo pieno, e ha fatto bene. Perché "Moonlander", vivace e senza tante pretese come il suo autore, è un disco intrigante, piacevole e stilisticamente molto lontano dal suono con cui viene solitamente identificato. I riff di chitarra elettrica, una specialità di casa Gossard, non mancano di certo: a cominciare dall'iniziale "I need something different", quasi una dichiarazione di intenti incorniciata da un bell'assolo psichedelico, per proseguire con gli accordi sferraglianti dell'ossessiva "I don't want to go to bed", il pezzo più dark e nervoso di una collezione dall'umore generalmente più disteso. Ma queste nuove/vecchie canzoni più che al grunge e al Seattle sound fanno pensare di volta in volta al glam di T. Rex e David Bowie (il sax di "King of the junkies") alle svagate ma invincibili melodie dei Big Star o persino all'impetuosa vocalità e all'hard blues di gruppi come i Cream , riferimenti più o meno consci di un repertorio accumulato in oltre dieci anni di scrittura e recuperato rovistando nei cassetti (gli undici titoli del disco sono il frutto di una selezione tra centinaia di demo). Come a dire che "Moonlander" ha una sua classicità, una sua "visione" singolare (anche nei testi: la succitata e crepuscolare "King of the junkies" si ispira alle ultime settimane di vita di un Adolf Hitler intossicato dalle metanfetamine) ) e un suo sano desiderio di gioco, di avventura, di esplorazione: ad esempio nella title track che, fedele alla metafora spaziale dell'allunaggio, impianta sul tessuto di una ballata corale sorretta da chitarre in distorsione effetti "cosmici" volutamente âgée.

Coadiuvato da musicisti come il cantautore Pete Droge, il batterista dei Pearl Jam Matt Cameron, Regan Hagar (Brad) e Hans Tauber (pianoforte e clarinetto basso), Gossard non ha timore di mostrare il suo volto più solare e scanzonato (il country&western di "Both live", concepito "pagaiando un giorno sul Lake Washington") così come il suo lato oscuro ("Ho sognato di colpirti tre volte in faccia", canta in "Your flames" prima di aprire spiragli di luce e di speranza su una ballata ispirata, dice lui, alla folgorante semplicità di Hank Williams ), mentre lo spirito epico e guerresco di titoli come "Battle cry" (batteria militaresca, fragore di piatti alla Keith Moon e power chords in perfetto stile Who ) convive fianco a fianco con il clima sognante e un po' narcotico di "Remain" o le sfuriate garage blues di "Witch doctor". In questa disomogeneità non risolta l'album rivela la sua natura raccogliticcia ma anche una concezione ampia, inclusiva e senza pregiudizi della musica popolare. E anche se il musicista confessa di "parlare poco con Dio, ultimamente", "Moonlander" sfoggia spesso sostanza spirituale e una predilezione per il gospel: soprattutto nel gran finale di "Beyond measure", una "riflessione sull'inconoscibilità divina" che nel suo svolgimento strumentale tra piano, chitarra elettrica e strumenti a fiato disegna uno spicchio di "Americana" degno della Band o di certa musica anni '70 proveniente da Muscle Shoals. "Moonlander" è un po' tutto così, rock'n'roll e ballate che viaggiano in scioltezza tra i generi, nel tempo e nello spazio (fino alla luna). Ben oltre i confini geografici di Seattle e quelli temporali degli anni Novanta, questo è sicuro.
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