«QUEENSRYCHE - Queensryche» la recensione di Rockol

Queensryche - QUEENSRYCHE - la recensione

Recensione del 05 lug 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Kramer contro Kramer. Famiglie che si dichiarano guerra, parenti serpenti, fratelli che complottano, ripicche da commedia dell’arte in denim & leather, melodramma da feuilleton "death to false metal", tragedie da romanzo rosa usa e getta con assolo a metà. Insomma, lasciatemelo dire: certe cose sono la morte del rock. Ancor più se ci muoviamo nel reame del metallo (progressivo), che di queste faccende – storicamente e in maniera oserei dire sacrosanta – non vuole occuparsene… meglio sognare, raccontare mondi futuri o paralleli, storie intricate sci-fi o mitologiche. Già.
Peccato che i Queensryche, ormai, siano impantanati in una diatriba che ha portato all’uscita di due album nel giro di poche settimane, entrambi con la medesima ragione sociale – uno con Geoff Tate e musicisti di sua fiducia, l’altro con i Queensryche senza lo storico cantante (sostituito dal pur bravissimo Todd La Torre – ex Crimson Glory). E partiamo malissimo – nonostante al momento non siano gli unici ad avere questo problema di sdoppiamento dell’identità… ma soprassediamo.
Fingiamo allora di avere un plugin che è possibile bloccare, per isolare ogni giudizio dall’influenza della situazione kafkiana in cui versa la band: proviamo a concentrarci su questo omonimo album, il primo per i Queensryche senza Tate e il tredicesimo in totale della loro produzione. Siamo di fronte a un lavoro curato certosinamente, arrangiato e studiato con la maestria che il gruppo ha sempre dimostrato di possedere in dosi non trascurabili. Anzi, a voler meglio analizzare, probabilmente si tratta del miglior lavoro dei Queensryche da parecchio tempo… quasi un ritorno ai fasti degli anni Ottanta/primissimi Novanta, quando Queensryche era un sinonimo di ricerca, contaminazione e metal decisamente non convenzionale (per quanto radicato in una tradizione prog non indifferente).
Siamo di fronte a un album che rievoca, cita e si ispira a lavori del calibro di “Rage for order” ed “Empire”… certo, non è un nuovo “Operation mindcrime”, ma nessuno realisticamente se lo aspettava. Quello che, invece, sorprende è constatare come l’allontanamento di Tate abbia apparentemente reinnescato ciò che pareva sopito da diversi anni. Se poi sia tutto dovuto alla cacciata di Tate è un fatto su cui si dovrebbe indagare più approfonditamente… basti però pensare che l’album dei Queensryche dell’ex cantante, senza giri di parole, è nettamente inferiore a questo “Queensryche”. Roba che è quasi impensabile paragonarli (e se n’è accorto anche il povero Tate quando, in occasione d’una simpatica operazione rivolta ai fan, che potevano inviargli dei video in cui gli spiegavano perché il disco dei "suoi" Queensryche non era piaciuto, è stato sommerso da una valanga di… guano).



Certamente gli antichi splendori non sono tornati, dicevamo, ma senza dubbio siamo di fronte a un album con uno status di grande dignità, personalità e carattere. E a questo proposito è apprezzabile lo sforzo di contenere la durata del tutto in qualche secondo oltre i 35 minuti: concisione, lucidità e idee chiare non mancano, insomma. E meno male.
A questo punto è chiaro: questi Queensryche fanno sul serio, per cui i fan di vecchia data (e i più recenti, perché no), pur dovendo superare il trauma dell’assenza di Geoff Tate, si troveranno con un disco più che godibile tra le mani. Resta aperta l’annosa questione – che non è materiale di discussione in questa sede, purtroppo – se una proposta come quella dei Queensryche, per quanto aggiornata a livello di suoni e produzione, sia ancora digeribile e in qualche modo praticabile al di fuori del circuito della nostalgia. Ai posteri (ma non troppo) l’ardua sentenza.
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