«BORN SINNER - J. Cole» la recensione di Rockol

J. Cole - BORN SINNER - la recensione

Recensione del 20 giu 2013 a cura di Michele Boroni

La recensione




Nonostante l'hip hop sia diventato un affare mainstream, vigono ancora i codici e i valori street delle origini: spacconeria, leggi da gang e continue sfide. E fu così che il giovane J. Cole decise proprio di sfidare il pezzo da novanta (nonché uno dei suoi principali ispiratori) Kanye West, facendo uscire questo suo secondo lavoro "Born Sinner" lo stesso giorno dell'attesissimo "Yeezus" (che recensiremo qui nei prossimi giorni).
Anche il disco di J. Cole era piuttosto atteso, per via dei continui rimandi dell'uscita, per l'endorsement di Jay-Z (produce la sua Roc Nation), per la collaborazione di Kendrick Lamar e per l'ep "Truly Yours" regalato ai fan ad inizio 2013 e che conteneva scarti del disco, tutti davvero molto buoni.
Anche "Born Sinner" in fondo è un buon disco. J. Cole non viene dal ghetto, è un musicista e ha una buona preparazione. Le soluzioni musicali contenute nel disco in effetti sono eccellenti, basta ascoltare il singolo "Power trip" con quel meraviglioso intro soul e, sparsi qua e là, gli assoli di chitarra "Rich niggaz" e addirittura di basso ("Runaway"). Ma non è il talento che vuole far sembrare di essere.
J. Cole sfida Kanye West ma guarda a Justin Timberlake.
Tutto il disco è pieno zeppo di suoni, beats e vari altri marchi di fabbrica di Timbaland (il già citato singolo "Power trip" e "She knows" ) addirittura in "Chaining day" Cole ricopia pari pari gli inserti di fiati e i rallentamenti che caratterizzano "Suit & tie" di Timberlake. Anche la traccia con Kendrick Lamar ricorda nel refrain e nella struttura "Bitch don't kill my vibe" del rapper di L.A e in "Let Nas Down" paga tributo allo stesso Nas.
J. Cole scopiazza qua e là, ma è anche bravo a utilizzare in modo efficace i cori in "Trouble" (sì, lo so, lo aveva già fatto Kanye West). In più l'iniziale "Villuminati" e ....mettono in risalto tutta la sua capacità di scrivere e rappare le rime.
I testi rivelano tutte le ossessioni di J Cole (e della gran parte dei rapper): le donne, o meglio, l'impossibilità di vivere serenamente la monogamia ("Runaway"), i soldi (eccellente l'interludio "Mo Money") e la notorietà (in "Rich niggaz" cita anche le storie da vittime di Basquiat e di Kurt Cobain), alternando moralismo a cazzutaggine da nigga. Same old story.




J. Cole è bravo anche a scegliersi le featuring ripescando le TLC (come se non si fosse capito che è l'R&V il mondo a cui, in fondo, vuole appartenere; "Crooked Smile" è puro Kanye degli esordi), Amber Coffman dei Dirty Projectors e l'ottimo Miguel.
L'hip-hop è un genere in continua e rapidissima evoluzione (ascoltare "Yeezus" di Kanye West che, nel bene e nel male, sposta l'asticella del genere ancora più in alto). Se "Born sinner" fosse uscito più di un anno fa, si sarebbe meritato almeno quattro stellette.
Oggi è solo un buon disco da follower. Ma i nostalgici del vecchio Kanye apprezzeranno
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