«THE BEST OF LADYSMITH BLACK MAMBAZO - Ladysmith Black Mambazo» la recensione di Rockol

Ladysmith Black Mambazo - THE BEST OF LADYSMITH BLACK MAMBAZO - la recensione

Recensione del 14 ago 1999

La recensione

Onore e gloria alla ‘scure nera’ di Ladysmith. E a questo greatest hits che propone, accanto alle cose migliori registrate dalla band sudafricana, una serie di brani che vedono guest di presupposto prestigio, come Lighthouse Family, Paul Simon, Dolly Parton, Lou Rawls, China Black e PJ Powers. Diciamo presupposto perché in realtà il bello di questo album è che nel confronto con i loro ‘ospiti’ sono comunque i Ladysmith Black Mambazo a guadagnarci. I brani registrati soltanto da loro – con l’eccezione di una inutile “Chain gang” ripescata dal repertorio di Sam Cooke – sono di gran lunga più vitali e affascinanti delle varie collaborazioni, che in alcuni casi (“Knockin’ on heaven’s door” con Dolly Parton, “World in union 95” con PJ Powers) sembrano quasi forzate. Il tutto scorre via che è un piacere, comunque, visto e considerato che questo può considerarsi l’album più occidentalizzato nella carriera del gruppo e che, nonostante ciò, le timbriche zulu dei Ladysmith riescano comunque a concentrare su di sé l’attenzione durante tutto il disco. Speriamo che in futuro il gruppo non vada oltre questo esperimento di ‘integrazione’ musicale, nel quale rischierebbe di perdere parte delle proprie peculiarità per retrocedere di ruolo, finendo per giocare da ‘coro’ pittoresco e esotico, in assoluto la peggior fine che potrebbe fare. E invece la magia della loro musica esplode con una tale potenza nei brani registrati in proprio, quasi tutti per sola voce, da far desiderare per questo gruppo un riconoscimento che vada oltre le comparsate nei dischi di altri. Sono passati abbondantemente i tempi di “Graceland”, in cui il mondo si chiese di chi erano le splendide voci che aiutavano Paul Simon a risalire la china di un'ispirazione in passato latitante: 13 anni dopo Ladysmith Black Mambazo conquistano ancora il mondo creando lo stesso stupore, e il difetto di questa antologia per una volta può trasformarsi in pregio, perché dimostra che i Blacksmith sono molto meglio nella versione ‘pura’ che in quella ‘commerciale’.
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