«OVERGROWN - James Blake» la recensione di Rockol

James Blake - OVERGROWN - la recensione

Recensione del 10 apr 2013 a cura di Ercole Gentile

La recensione

James Blake, 24 anni, un favoloso (omonimo) album d'esordio nel 2011, un lavoro che ha sparigliato le carte in tavola tra i generi, consentendo addirittura di coniare un nuovo termine: post-dubstep.
Un fenomeno, insomma. Difficile debuttare in modo migliore. Ancora più difficile è però proseguire senza subire le pressioni che il music-biz ti cuce addosso, riuscendo a creare nuovamente qualcosa di originale restando allo stesso tempo fedele al marchio di fabbrica che ti ha portato al successo.
Dopo due EP per nulla eccezionali come “Enough thunder” e “Love what happened here”, in molti (sottoscritto compreso) si aspettavano un passo falso o comunque un secondo album senza infamia e senza lode, troppo carico di quelle aspettative cattive consigliere. Invece il giovane James ci da un bel calcio nel sedere a tutti quanti, ci zittisce allo stesso modo in cui un calciatore 'beccato' dal pubblico fa dopo un gran gol: dito indice davanti alla bocca. Silenzio e ammirate.
“Overgrown” è un gran disco. Blake riesce nell'impresa di risultare riconoscibile ed allo stesso tempo più maturo rispetto al primo capitolo discografico. La title-track ad esempio è cupa al punto giusto, con la voce soul di James che si fa ancora più emozionante ed un testo che potrebbe rispecchiare i sentimenti provati dall'artista dopo il suo exploit (“I don’t wanna be a star/But a stone on the shore/Long door, frame the wall/When everything’s overgrown”). “I am sold” è spezzata e rallentata al punto giusto, mentre “Life round here” è uno degli episodi più vivaci e pop del lotto.


Crea una costante atmosfera di tensione lo scurissimo (e riuscito) rap di “Take a fall for me” con la partecipazione di un simbolo della old-school come RZA del Wu-Tang Clan, mentre nel primo singolo “Retrograde” James dimostra ancora una volta come siano evolute le sue doti vocali, tra soul, piano ed esplosioni quasi psichedeliche. Cinque su cinque per Blake.
Inevitabile un calo di tensione nella seconda parte del disco, che arriva puntuale con brani troppo 'cantautorali' come “DLM” o la conclusiva “Our loves come back”, affidati solo a piano e voce, anche se nel complesso ci possono anche stare. Soprattutto se poi ci sono nuovamente episodi di alto livello (anche se più 'scontati') come “Digital lion” - con lo zampino di Brian Eno e debitrice agli ultimi Radiohead - o la tech-house danzereccia di “Voyeur”.
“Overgrown” non è solo una conferma, ma qualcosa di più: è la dimostrazione che non ci troviamo di fronte ad un fenomeno passeggero, ad una meteora, bensì ad un artista che sta cogliendo alla perfezione il meticcio 'zeitgeist' attuale, sta evolvendo e si candida ormai apertamente ad essere uno di quei nomi che rimarranno impressi nel tempo. Chapeau.
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