«SHAKING THE HABITUAL - Knife» la recensione di Rockol

Knife - SHAKING THE HABITUAL - la recensione

Recensione del 02 apr 2013 a cura di Pop Topoi

La recensione

A metà dei nove minuti di "A cherry on top", uno dei primi pezzi del quarto album dei The Knife, la voce di Karin Drejer arriva solo per per pronunciare pochi, incomprensibili versi. La correzione della tonalità e il riverbero sulla voce la fanno sembrare l'imitazione di un attore kabuki. Nel testo, secondo quanto ha rivelato nelle interviste, sta criticando la monarchia svedese, il concetto di monarchia in generale e la fragilità dei legami di sangue. Sotto c'è uno zither che viene suonato e accordato allo stesso tempo creando un effetto che alcuni troveranno straniante e molti troveranno insopportabile. Dopo aver notato che la barra di scorrimento deve fare ancora un bel po' di strada per arrivare alla conclusione e la pazienza inizia già a finire, ci si ritrova a pensare: "Quando mi verrà voglia di riascoltare questa roba? In quale situazione?" E siamo solo alla terza traccia.
I The Knife non hanno mai scelto la via più facile. Il loro primo successo è arrivato solo quando José González ha interpretato "Heartbeats" in versione acustica, rendendo più umane le note e le parole di uno dei più inquietanti pezzi pop degli ultimi anni. Poi, l'esplosione di "Silent shout" nel 2006, un album di elettronica oscura e minimale che ancora sorprende per la sua capacità di ottenere il massimo con pochi suoni semplici e scarni. Nel frattempo, Olof e Karin continuano a nascondere i volti dietro maschere e costumi elaborati, rifiutano i premi, e scoprono di potere porre attenzione su temi di interesse sociale che stanno loro a cuore. L'annuncio del quarto album arriva in un post sul loro sito che allo stesso tempo chiede di partecipare a una campagna per i diritti degli zingari; i servizi fotografici della nuova campagna li ritraggono come due Power Rangers in drag; il video di "Full of fire" è una tesi in studi di genere senza un messaggio immediato, ma che non può lasciare impassibili.


Come suggerisce il titolo, i The Knife vogliono scuotere le consuetudini, usare tutti i mezzi a loro disposizione per mettere il pubblico a disagio – e a volte il confine tra disagio e fastidio è molto sottile. "Old dreams waiting to be realized" sono 19 minuti di improvvisazione in cui si accostano i suoni delle molle di un letto ai riverberi di un locale caldaia (che abbiano appena creato la ambient industriale?); "Fracking fluid injection" sono 10 minuti di, be', il suono che fa la fratturazione idraulica in una roccia, si suppone. Ma ci sono, per fortuna, anche momenti in cui l'inquieta voce di Karin incontra basi più leggere: "A tooth for an eye" richiama i loro lavori precedenti attraverso suoni calypso; "Full of fire" è un mostro techno à la LFO che mieterà vittime nella versione dal vivo; la tribale "Without you my ife would be boring", in un contesto simile, è quasi orecchiabile. Tracce come queste, isolate dagli esperimenti dell'orrore sopraccitati, meritano altri ascolti, e ci ricordano che sotto le provocazioni sonore e visive del duo svedese scorre ancora sangue pop. Ma i The Knife non hanno mai scelto la via più facile. Con loro, bisogna stare al gioco.
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