«YOU'RE NOTHING - Iceage» la recensione di Rockol

Iceage - YOU'RE NOTHING - la recensione

Recensione del 28 mar 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

“Morals”, traccia numero sei in scaletta, è una cover de “L’ultima occasione”, un pezzo di Mina datato 1965, qui interpretato in chiave punk hardcore. Sì. Punk. E hardcore. Tipo i Black Flag. Anzi, esattamente come i Black Flag. Muscolosi, sudati e furibondi. Perché, che ci si creda o no, è proprio questo che sono gli Iceage: una band punk hardcore asciutta, con un sound che sono una trentina d’anni che non sentiamo uscire così bene dalle casse, sporco come Rollins comanda. Una band che per giunta si prende il lusso di coverizzare Mina. Non Adele. Non chissà chi: Mina. La nostra Mina. Gli Iceage sono danesi, quattro ragazzotti di Copenaghen. Sono giovanissimi, sono al secondo disco (il primo con la Matador che, visto l’esordio, ha pensato bene di accaparrarseli al volo) e da qualche anno stanno alla testa di un movimento punk battezzato “New Way Of Danish Fuck You”. Così, tra le altre cose. Senza peli sulla lingua.



“You’re nothing”? dodici pezzi, ventotto minuti. “Ecstasy” è un’intro taglia gola, sbraitata. Caos distorto in piena regola. “Coalition” sembra uscita da “Damaged”. Prima nota: gli Iceage, rispetto agli esordi, hanno messo su massa. Per quanto la produzione sia (di nuovo) comunque essenziale e tesa unicamente a mettere ben in risalto l’anima rude del sound, i fasci di muscoli sono meglio delineati, molto più che in passato; la differenza d’impatto rispetto al primo “New brigade” è netta. Massicci: gli Iceage pestano e la Matador ha ben pensato di non porre alcun limite, piuttosto incoraggiarli. Carta bianca. “Interlude” più che una pausa è una rincorsa distorta alle deflagrazioni post punk accelerate di “Burning hand” e “In haze”. E qui fanno capolino i Cloud Nothing dello splendido “Attack on memory”, però in versione rabbiosa. Dylan Baldi preso a cazzotti da una banda di vichinghi. L’urgenza è la stessa, la voglia di stracciare la melodia idem. Non parliamo del disagio. Piaceranno (tanto) a Steve Albini. Seconda nota: tutti i pezzi di “You’re nothing” hanno una ragione di essere totalmente indipendente eppure connessa con il resto del disco. “Everything drifts” e “Wounded hearts”, per dire, sono due pezzi in grado di brillare di luce propria (non me la sento proprio di chiamarli singoli) ma che trovano senso ancora maggiore una volta inseriti nel contesto dei dodici pezzi. Sono il culmine di una parabola emotiva ed episodi unici allo stesso tempo. Due cazzotti andati particolarmente a segno nel mezzo di una rissa furibonda che, garantito, nel giro di dieci minuti ti metterà al tappeto. Dieci minuti per altri quattro pezzi: “It might hit first”, hardcore nichilista e nero come la pece, “Rodfæstet”, la rasoiata punk, “Awake”, la “ballad” disillusa, e “You’re nothing”, il grido disperato, feroce; l’accusa senza mezzi termini: “We were the same / They all go on without shame / You’re nothing”.

In un momento in cui è la regola della via di mezzo (per non dire mediocrità) a comandare, gli Iceage hanno scelto un’altra strada. Non la mandano a dire, no di certo: te la sbattono in faccia, la loro verità, e questo fa di “You’re nothing” un disco (finalmente) di confine, estremo; senza compromessi, che siano con la melodia, con il mercato o con chi volete voi. Ripeto: dodici pezzi, ventotto minuti. Assoluti, violenti, sconvolgenti. Per il sottoscritto uno dei dischi dell’anno.
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