«THE GHOST OF TOM JOAD - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - THE GHOST OF TOM JOAD - la recensione

Recensione del 01 gen 2013 a cura di Niccolò Vecchia

La recensione

L’uscita di “The ghost of Tom Joad” segna un passaggio molto importante nella carriera di Bruce Springsteen . Non è un segreto che i suoi precedenti due dischi di inediti, usciti separatamente ma in contemporanea, siano considerati il solo passo falso di una discografia monumentale. Ma dopo “Human touch” e “Lucky town” sono arrivati il successo, e l’Oscar, di “Streets of Philadelphia”, e la pubblicazione del “Greatest hits”, per cui Bruce ha anche brevemente riunito in studio la E Street Band. Tutto faceva pensare a un nuovo tour mondiale, a una nuova gioiosa e corale celebrazione. Ma Springsteen aveva un’altra idea in mente. Un’idea che riprende un discorso con il proprio pubblico, e con se stesso, che ha origini lontane.
“The ghost of Tom Joad” è un album scarno e nero, una raccolta di scuri racconti i cui personaggi sono uomini e donne che vedono infrangersi o andare in fumo i desideri che hanno coltivato nei propri cuori e gli obiettivi che hanno immaginato per le proprie esistenze. Racconti che Bruce Springsteen accompagna con arrangiamenti principalmente acustici, interpretando i suoi testi con una voce profonda, spesso sussurrata.
Non basta probabilmente nemmeno risalire al periodo di Nebraska per ritrovare le tracce del racconto che Springsteen riprende a narrare nelle canzoni di “The ghost of Tom Joad”: Darkness on the edge of town, per quanto musicalmente sia un disco completamente rock, in pezzi come Factory, Adam raised a Cain e nella title-track, contiene già la voce matura e riflessiva, cupa e disperata, contemporaneamente folk e urbana, che si è sviluppata poi negli anni successivi e che ora ritroviamo animare i personaggi di questo album.
Le influenze di “The ghost of Tom Joad” sono molte; la più diretta e ovvia è il romanzo “Furore” di John Steinbeck, di cui Tom Joad è il protagonista. Da questa fonte di ispirazione ne derivano almeno altre due, se pensiamo che a quel libro e a quel personaggio è dedicata una canzone di un autore fondamentale per comprendere la “voce folk” di Bruce Springsteen (su cui è stato scritto un libro illuminante da Marina Petrillo): Woody Guthrie scrisse infatti una canzone intitolata “Tom Joad”, il cui finale è un’evidente influenza sul testo del brano che apre il (e dà titolo al) disco di Springsteen.
“Wherever little children are hungry and cry,
Wherever people ain't free.
Wherever men are fightin' for their rights,
That's where I'm a-gonna be, Ma.
That's where I'm a-gonna be."

Che diventa:

“Now Tom said ‘Mom, wherever there's a cop beatin' a guy
Wherever a hungry newborn baby cries
Where there's a fight 'gainst the blood and hatred in the air
Look for me Mom I'll be there
Wherever there's somebody fightin' for a place to stand
Or decent job or a helpin' hand
Wherever somebody's strugglin' to be free
Look in their eyes Mom you'll see me.’”
Infine, basato sul libro di Steinbeck c’è anche un film, diretto da John Ford, che ha avuto un ruolo altrettanto importante nell’ispirare queste canzoni. Canzoni che però, nonostante i riferimenti citati ci portino indietro di qualche decina di anni, sin dall’immagine degli “elicotteri della stradale” che passano sopra la testa di Tom Joad, riescono a essere estremamente contemporanee. Questo è dovuto anche al fatto che un’altra importante fonte di ispirazione per i testi del disco siano alcune attualissime inchieste giornalistiche del “Los Angeles Times”, che dall’America della Depressione ci portano all’America degli anni ’90, l’America dell’Operazione Gatekeeper. Nello scrivere questo album Springsteen traccia un ponte tra il protagonista del romanzo di Steinbeck e i suoi corrispettivi contemporanei, gli immigrati messicani a cui sono dedicate diverse canzoni. I fratelli che attraversano il confine verso gli Stati Uniti per lavorare nei frutteti, di cui si racconta in “Sinaloa cowboys”, potrebbero essere personaggi di Steinbeck, non fosse che la loro storia li porta poi a diventare la manodopera maledetta per la produzione di metanfetamina. Sempre sulla frontiera tra California e Messico sono ambientate anche la struggente “Balboa Park”, “Across the border” e la bellissima “The line.
Ma anche quando, come nella potente “Youngstown”, Springsteen lascia il tema dell’immigrazione, ciò che ci racconta è un’America disperata e piegata dalla crisi: nella canzone si dipana la storia di una cittadina dell’Ohio, dalla scoperta dei giacimenti di ferro all’inizio del 1800 allo sviluppo dell’industria siderurgica, fondamentale per la produzione delle armi usate nella Guerra Civile e poi nella Seconda Guerra Mondiale, sino alla esiziale crisi degli anni ‘70. Questa canzone, come anche “The new timer”, è stata profondamente influenzata dalla lettura di “Journey to nowhere”, dello scrittore premio Pulitzer Dale Maharidge. Un libro-reportage in cui l’autore, insieme all’illustratore Michael Williamson, raccoglie le vite di cittadini della middle class statunitense che, perso il lavoro, replicano i viaggi degli hobos della Grande Depressione per diventare braccianti stagionali, muratori malpagati, senzatetto, perseguitati.



Tutte queste ispirazioni, antiche e contemporanee, si uniscono nei testi dell’album in modo perfetto, mettendoci di fronte a personaggi la cui voce arriva netta, decisa, anche quando le parole vengono appena accennate da un’interpretazione così rispettosa da sembrare quasi voler mettersi in secondo piano. Ma non solo: nell’interpretazione vocale di Springsteen, particolarmente nel brano che apre il disco, troviamo i segni della sua attenzione per la black music e una certa ritmica hip-hop. La musica che accompagna la voce di Bruce, gli arrangiamenti dei brani, non forniscono alcun sollievo alla durezza delle storie che ci vengono proposte, ma riescono ad avvolgere l’ascoltatore con un andamento circolare, quasi sognante, che attira però verso l’oscurità.
“The ghost of Tom Joad” è un disco che scivola lentamente sotto la pelle, per non andarsene più.

Niccolò Vecchia, giornalista milanese, è nato nel 1976. A 8 anni gli hanno regalato un disco di Springsteen e non si è più ripreso. Poi a 21 anni è capitato quasi per caso nella sede di Radio Popolare e non ne è ancora uscito: da allora ha condotto il magazine di informazione musicale “Patchanka”, una trasmissione seminale come “Il Tenero Giacomo” e molti altri programmi. Ora invece è impegnato in un nuovo format musicale intitolato “Sonica”. Tracklist:
"The Ghost of Tom Joad"
"Straight time"
"Highway 29"
"Youngstown"
"Sinaloa cowboys"
"The line"
"Balboa Park"
"Dry lightning"
"The new timer"
"Across the border
"Galveston Bay"
"My best was never good enough"
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