Recensioni / 27 lug 1999

Beth Hart - SCREAMIN' FOR MY SUPPER - la recensione

SCREAMIN' FOR MY SUPPER
Atlantic (CD)
Los Angeles. Come dice qualcuno – James Ellroy – entri spregiudicato, esci pregiudicato. Quante canzoni hanno ispirato le strade di Los Angeles, la sua gente, le sue periferie, la Hollywood delle star e il South Central delle Gang? Quanti racconti? Beth Hart è uno degli angeli innocenti e perversi di questa città. «Non ho voglia di andare a vivere in una fattoria, tutto quello che chiedo è passare le serate divertendomi, con gente cui piaccia bere e andare fuori di testa. Per il resto suono». Parole sue. “Screamin’ for my supper” è il suo secondo album, dopo l’esordio di “Immortal” nel 1995, e mette in mostra una cantautrice che ondeggia tra certa musica pop-rock modello Alanis Morissette e il blues di matrice scura che ha fatto la fortuna di Janis Joplin, tra una scazzatura latente e momenti di delicatezza e malinconia. Le canzoni sono ben scritte, per la gioia di quanti potrebbero amare questo disco, con dei momenti quasi pop che faranno la felicità di molte radio (vedi “L.A. song (out of this town)”, un pezzo molto Shania Twain, non a caso negli States una mezza divinità, da noi praticamente sconosciuta, oppure “Delicious surprise”). “Screamin’ for my supper”, con le sue storie losangeline di strada e redenzione, è un disco non proprio docile, ma neanche così irrequieto come si potrebbe pensare. Certo, sarà dura pensare a Beth Hart nei termini di una nuova Janis, e anche il suo materiale ha bisogno di crescere ancora un po’ per poter essere preso per buono. Però i semi ci sono, l’album è intricato ma onesto e Beth non sembra una nata per arrendersi. Per cui a presto.