«UNORTHODOX JUKEBOX - Bruno Mars» la recensione di Rockol

Bruno Mars - UNORTHODOX JUKEBOX - la recensione

Recensione del 10 dic 2012 a cura di Pop Topoi

La recensione

Guardando "Bad 25", il documentario di Spike Lee sul capolavoro di Michael Jackson, risulta evidente che nessuno è stato ancora in grado di ricoprire il ruolo di re del pop. Gli anni zero hanno visto l'arrivo di nuove, gigantesche icone femminili, ma nessun uomo è riuscito a occupare il trono: Kanye ha visione artistica e imprenditoriale, ma non il talento tecnico come cantante (e ballerino); Usher non ha mai avuto brani all'altezza; Chris Brown resta al massimo un imitatore con un'ingombrante immagine pubblica; Justin Bieber ha davanti una strada lunga e difficile; Justin Timberlake non risponde più al telefono.
Ed ecco arrivare Bruno Mars, che nel corso di un paio d'anni ha silenziosamente sfornato una decina di classici contemporanei tra canzoni originali e collaborazioni. La qualità dei suoi prodotti finora, però, è stata mediocre – a voler essere generosi – e la direzione confusa. Col nuovo album, Mars non deve solo garantire di sapere scrivere altri successi: deve imporre una visione stilistica più chiara e dimostrare che dietro ai ritornelli orecchiabili ci sono un marchio adulto e un prodotto a lunga conservazione. A sorpresa, "Unorthodox jukebox" raggiunge tutti questi obiettivi e lo fa con un trucco infallibile: guardare al passato. Chi meglio del produttore retromaniaco per eccellenza poteva aiutarlo nel compito? Mark Ronson firma tre delle tracce migliori dell'album: "Moonshine" è un omaggio dichiarato a Prince; "Gorilla", tralasciando il ridicolo testo sull'amore animalesco, riesce a riabilitare Phil Collins; "Locked out of heaven" è l'aggiornamento, anzi l'upgrade, di una canzone dei Police.



Il fantasma degli '80 aleggia anche nel resto dell'album e perfino il futuristico Diplo ("Money make her smile") dà un apporto insolitamente misurato che non intacca il senso di nostalgia generale.
Nel complesso, il jukebox eterodosso di Mars è vario, ma mai incoerente. Nemmeno i suoi momenti più deboli (le banali ballate "When I was your man" e "If I knew") sono fuori posto e, con solo dieci tracce in totale, non c'è tempo per i riempitivi. Non è l'album di un artista che ha trovato la formula magica per arrivare in classifica e la ripete all'infinito: è un lavoro ambizioso e curato che nelle mani sbagliate poteva finire in tragedia. Se non fosse per i testi, che si dividono tra stucchevoli dichiarazioni d'amore e disperati tentativi di sporcare l'immagine da bravo ragazzo, avremmo un album pop impeccabile.
Il paragone con Michael Jackson è ancora esagerato e il trono è lontano, ma guardatevi intorno: vedete altri candidati?
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