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Recensioni / 28 nov 2012

alt-J - AN AWESOME WAVE - la recensione

Voto Rockol: 4.0/5
Recensione di Marco Jeannin
AN AWESOME WAVE
Infectious/Pias (CD)
Che cos’ha questo che gli altri non hanno? Cos’è che l’ha reso capace di vincere un Mercury Prize e garantire una fila interminabile di live sold out ai suoi creatori, gli Alt-J? Cos’ha “An awesome wave” di così speciale da giocarsela, coltello tra i denti, nelle classifiche di fine anno alla pari con tanti illustri colleghi, magari più quotati? Miglior disco… Band rivelazione… Mica male per un esordio. Davvero mica male. L’idea che mi sono fatto, a qualche mese di distanza dalla sua pubblicazione, è che “An awesome wave” sia il prototipo del top player della musica di oggi. Racchiuda cioè in sé tutte quelle caratteristiche che lo rendono un disco in grado di conquistare un bacino di utenti grande e variegato, la famosa combo “pubblico e critica”. Un po’ synth pop, un po’ indie, un po’ elettronico e un po’ folk; belle melodie, gli archi ben dosati, le voci impastate perfettamenente l’una con altra. Maccabees più Wild Beasts (guarda caso i compagni di tour degli Alt-J) con un tocco Local Natives; un matrimonio un bizzarro ma solido. Un’atmosfera soffusa, rada, affascinante nel suo continuo sciabordare come un onda che lambisce incessantemente la costa, un’onda meravigliosa, emotiva, rassicurante. Ecco, “An awesome wave” è un disco rassicurante. E quando al quinto o sesto ascolto di fila non riesci ancora a capire se ti piace o meno, solo allora ti rendi conto che non è questo il punto. O meglio lo è, e non lo è.

I tredici pezzi di “An awesome wave” (più una ghost track) fanno tutti la loro parte: il lavoro è compatto, si fa bere tutto d’un fiato raggiungendo a tratti picchi del tutto insperati come “❦ (Ripe & Ruin)”, “Bloodflood” e “Taro”, ma soprattutto “Dissolve me”, un pezzo straordinario, da veri fuoriclasse, la sintesi perfetta del sound Alt-J. Abbiamo sperato a lungo che arrivassero pezzi del genere, pezzi che mettessero ordine finalmente ad un caos generato da mille gruppi uno più uguale dell’altro.



Adesso che li abbiamo fatti nostri possiamo tirare il fiato, metterci il cuore in pace magari cercando di non ascoltare quella voce che ci sussurra “ma non ti sei accorto che tutto questo l’hai già sentito”? “Che cos’ha lui che gli altri non hanno?”. Già. Cos’ha? Perché è vero che gli Alt-J con questo disco si sono presi la corona (meritando pienamente il Mercury Prize e guadagnandosi sul campo ogni singola vendita che ha portato il disco bello in alto in tutto il mondo). Ma quale corona? Del miglior disco uguale a tutti gli altri? Del “già sentito però mai così bene”? Forse sì. Si parlava prima di “An awesome wave” come di un disco rassicurante. Lo è soprattutto perché potremmo addirittura non ascoltarlo per sapere che ci piace, e questa qualità non è cosa che si compra, o che, peggio ancora, si studia a tavolino. Se sai farlo, lo fai. Ti viene spontaneo. Gli Alt-J ne sono stati capaci, e non è cosa di tutti i giorni. Loro semplicemente hanno preso il meglio (dei loro ascolti) e l’hanno messo insieme. Il meglio del synth pop un po’ indie, un po’ elettronico e un po’ folk; un qualcosa che non è definibile “genere”, ma che guarda caso è la colonna portante di buona parte della musica, chiamiamola alternativa per non dire hypster, di oggi. Già il nome della band - uno “shortcut” per Mac, una combinazione di tasti, Alt+J, che consente di ottenere la lettera greca “Delta" che, nella sua forma maiuscola, è rappresentata come un piccolo triangolo e sta a significare un “cambiamento macroscopico nel valore di una variabile matematica o scientifica" - è una "nerdata di flanella" come poche, e credetemi, in questa categoria non esiste disco migliore di “An awesome wave”. Un capolavoro nel senso stretto del termine, un disco che per definizione sta sopra a tutti gli altri e che, arrivati a questo punto, era assolutamente necessario: perché una volta spremuta la vacca fino all'ultima goccia, poi sei costretto ad evolvere.

“An awesome wave” è tutto e niente. Però piace, e questo basta e avanza; nessuna vergogna nell’ammetterlo. Del resto questo devono fare i dischi: conquistare, piacere, restarti dentro. Non importa in che modo. Se contasse, buona parte della musica pop svanirebbe. Quel che conta invece sono i play ripetuti, e “An awesome wave” ne garantisce davvero tanti. Cos’ha lui di tanto speciale che gli altri non hanno? Niente. Solo che questo è meglio.