Biagio Antonacci a Pompei: dai Pink Floyd a “Mustang”
Biagio Antonacci ha scoperto Pompei grazie ai Pink Floyd. Prima della scuola, racconta. Aveva dieci o undici anni, sognava di suonare la batteria e ascoltava “Atom Heart Mother”. Non conosceva l’inglese, non aveva bisogno di capire le parole: gli bastavano i suoni. «Mi portavano a volare. Volavo da casa mia, superavo il trentesimo piano. Era un viaggio spirituale». Mezzo secolo dopo è al Teatro Grande di Pompei con cinque musicisti, qualche candela, niente schermi e niente effetti speciali. È un punto di arrivo piuttosto singolare per un ragazzo che questo luogo lo aveva conosciuto attraverso la musica. Ma è soprattutto un buon punto di osservazione sul momento che Antonacci sta attraversando: da una parte “Unplugged 2026” (oltre 90mila biglietti venduti), dall’altra “Mustang”, nove tracce pubblicate, nelle quali Antonacci torna a interrogarsi sulla libertà, sul tempo e su quello che vale ancora la pena portarsi dietro. Due progetti diversi, legati da una domanda: cosa resta quando si comincia a togliere?
Nel concerto Antonacci riduce la macchina del grande show pop. Nel disco torna invece al ragazzo che era, quello che gli amici chiamavano Mustang perché aveva «la testa troppo libera». In entrambi i casi sembra interessato meno a ricostruire il passato che a verificare cosa abbia ancora senso nel presente. Pompei, naturalmente, riporta ai Pink Floyd. Ma non serve forzare il confronto musicale. Antonacci non sta provando a fare i Pink Floyd e non sta costruendo una versione italiana di “Live at Pompeii”. Il legame interessante è un altro, e lo suggerisce lui stesso quando ricorda il concerto del 1971: «Per me non era neanche un concerto. Era una sperimentazione. Era sperimentare qualcosa di diverso». Lo affascinava il coraggio di arrivare in un luogo come questo, montare gli strumenti e suonare senza pubblico. L’assenza degli spettatori faceva parte dell’esperimento. Antonacci parte dalla premessa opposta. «Se devo fare un concerto per vedere un pubblico solo attento e non partecipante, mi intristisco. Sto a casa mia a fare il concerto, non ha senso».
Basta guardare cosa succede al Teatro Grande per capire che non è una dichiarazione di circostanza. Il pubblico canta, completa le frasi, batte le mani, si prende pezzi interi dei ritornelli. Antonacci aspetta, lascia spazio, qualche volta chiede esplicitamente aiuto. La platea non è il destinatario del concerto: entra nel suo funzionamento. È qui che “Unplugged 2026” trova la sua contraddizione migliore. Dovrebbe essere il concerto della sottrazione e finisce per diventare uno dei più fisici. “Le cose che hai amato di più”, “Quanto tempo e ancora”, “Se io se lei”, “Per farti felice”, “Vivimi”, “Iris”, “Se è vero che ci sei”, “Sognami” cambiano veste, ma non identità. Quando arrivano “Pazzo di lei” e “Non vivo più senza te”, la gente si alza e balla. E viene quasi da chiedersi che cosa significhi ancora “unplugged” quando ci si ritrova a sfrenarsi sotto il palco.
Antonacci toglie volume alla macchina dello spettacolo, non alle canzoni. Quelle, anzi, sembrano essersi ingrandite negli anni perché nel frattempo hanno cambiato proprietario. Appartengono a chi le ha scritte, ma anche a chi le canta da trenta anni. «Il concerto ha senso se tu sei qua e ogni tanto dai anche una mano a qualcuno», spiega Antonacci. Guarda il Teatro Grande vuoto e osserva che sembra piccolo, mentre può contenere circa duemila persone. Poi parla dell’ego di chi sale sul palco, della paura di essere osservato e giudicato, dell’intonazione e perfino della voce che dopo più concerti dovrebbe cominciare a cedere. «È l’amore della gente che mi solidifica le corde vocali. E poi chiedo aiuto». Quell’aiuto è parte dello spettacolo.
Ed è curioso che Antonacci lo dica proprio nel luogo che aveva imparato a conoscere attraverso una band che qui fece l’esatto contrario. I Pink Floyd eliminarono il pubblico per concentrarsi sul suono; lui riduce il suono per far entrare ancora di più il pubblico. Di quel periodo dei Pink Floyd Antonacci ricorda soprattutto la libertà. Parlando di “Atom Heart Mother” cita «quei suoni psichedelici, quel mood, quelle stesure di canzoni senza una logica». Non intende dire che non avessero una costruzione: ciò che gli arrivava da bambino era la sensazione che non esistesse un percorso obbligato. Ricorda i sintetizzatori, il Moog, l’Hammond, gli strumenti analogici difficili da governare e i tecnici necessari per farli funzionare. «Era la bellezza di avere una chitarra e sentire cosa potevi fare con un synth».
È un’idea di libertà musicale che ritorna, in una forma completamente diversa, in “Mustang”. Mustang era Antonacci prima di diventare Antonacci. Il soprannome viene dagli anni di Rozzano: la batteria, la bicicletta, il cross, le impennate e soprattutto quella testa che gli amici consideravano troppo libera. Ora il cavallo è diventato il simbolo del nuovo disco. «Le cose più belle della mia vita le ho fatte quando con la testa ero altrove». A 62 anni, però, la libertà ha un significato diverso da quello che poteva avere a venti. “Mustang” non funziona tanto quando guarda indietro quanto quando mette il passato in rapporto con il tempo che resta. Antonacci lo dice in maniera molto semplice: «Il tempo buttato è il prezzo più alto».
Anche l’idea di “stare bene”, che attraversa il disco, non ha molto a che fare con il benessere raccontato come slogan. È piuttosto la decisione di smettere di collocare continuamente la vita da un’altra parte: ieri stavo meglio, domani starò meglio. «Devi stare meglio oggi». È questo il punto in cui “Mustang” e l’unplugged cominciano a raccontarsi a vicenda. Il disco elimina alcune illusioni sul tempo, il concerto alcune sovrastrutture dello spettacolo. Non per dimostrare che prima fossero sbagliate, ma per controllare cosa rimane sotto. Per Antonacci rimane la canzone. E qui torna un altro ricordo dei Pink Floyd. Aveva undici anni, era nella sua cameretta e teneva un battiscopa come fosse una chitarra. Davanti aveva un muro e un pubblico che esisteva soltanto nella sua testa. Suonava “Wish You Were Here”. «Quelle sono le canzoni che mi hanno fatto pensare che con una chitarra in mano e con una melodia anche larga si poteva arrivare sulle stelle».
Da una parte c’erano i Pink Floyd delle lunghe composizioni, della sperimentazione, degli album pensati come opere. Dall’altra c’è il musicista che Antonacci è diventato. Lui stesso mette a fuoco la distanza: «Oggi noi facciamo la canzone, la canzonetta, chiamala come vuoi». Poi aggiunge: «Quando sei piccolo i sogni sono grandi. Quando diventi grande tutto si riduce all’essenziale». Non è necessariamente una resa. È una diversa idea del mestiere. «Io sono un cantautore, quindi devo nel minor tempo possibile far sognare una persona o dare speranza a qualcuno». Per Antonacci chi scrive canzoni continua a fare soprattutto questo: inventare storie e «alternative alla noia».
La parola “cantautore”, però, apre un conto rimasto evidentemente in sospeso. «Non mi vedo mai citato tra i grandi cantautori della musica italiana. Non so perché. Sono stato cantautore, sono stato autore, ho scritto successi internazionali. Però alla fine si riduce tutto a dire: sì, va bene, tutte canzoni d’amore». Non rinnega affatto quelle canzoni. «Le difendo fino alla morte, perché quando finirà l’amore finirà la vita». Si domanda piuttosto se essere diventato anche «un uomo del pop» abbia condizionato il modo in cui è stato raccontato. La definizione che dà del cantautore, del resto, non ha nulla di teorico. «Cantautore vuol dire prendere la chitarra e, se va via la luce o la corrente sul palco, cantare ugualmente». A Tindari gli è successo davvero. Il generatore ha smesso di funzionare e Antonacci ha continuato per una ventina di minuti a voce piena. Poi ha trovato un megafono. «Se no che fai? Il concerto finisce e vai via? No, stai sul palco». È probabilmente la frase che tiene insieme meglio “Mustang” e “Unplugged 2026”. Dopo più di trent’anni di carriera Antonacci sembra voler verificare se può ancora fare a meno di tutto tranne che di una canzone e di qualcuno disposto ad ascoltarla.
Lo stesso criterio lo applica ai musicisti più giovani. Le categorie gli interessano relativamente: Ultimo e Olly sono cantautori se possono stare davanti a uno strumento e reggere ciò che hanno scritto. La collaborazione con Sayf in “Spirituale”, uno dei punti in cui “Mustang” si apre a una generazione diversa, non nasce come un calcolo per allargare il pubblico. Antonacci lo conosce attraverso i figli Giovanni e Paolo, gli fa ascoltare il pezzo ancora incompleto e Sayf si mette in un angolo con il telefono a scrivere le strofe. Antonacci lo guarda e riconosce qualcosa: «Ho rivisto Biagio quando sognavo di andare a Sanremo tanti anni prima». A Napoli il discorso inevitabilmente si allarga. Di Geolier dice: «Sono innamorato di lui». Gli piace soprattutto lo stupore con cui, a suo giudizio, continua a vivere l’enorme consenso che riceve. Poi mette insieme, senza preoccuparsi troppo di generi e gerarchie, Nino D’Angelo, Pino Daniele, Gigi D’Alessio, Liberato e ciò che è venuto dopo. La sintesi è più efficace di qualsiasi teoria: «Napoli non ha mai fatto annoiare nessuno».
Ma a Pompei il nome che pesa più degli altri è Pino Daniele. Antonacci canta “Anima”, quasi senza averla preparata. «È una canzone che canto da tutta la vita, da quando ero piccolo». Il ricordo porta a “One Day”. Una cena a casa di Pino a Roma, Ferdinando Salzano con loro, un’idea musicale che Antonacci associava a Daniele ma che quasi non aveva il coraggio di proporgli. Pino prende una chitarra acustica, Antonacci parte da «One day, one day sarà un giorno diverso», lui risponde, Salzano prende un blocco e annota le parole. A fine cena, racconta Antonacci, il pezzo era fatto all’ottanta per cento. Esiste una registrazione di quel momento. Antonacci non vuole pubblicarla. «Non la darò mai a nessuno. È un contributo troppo grande per me». Una settimana dopo incisero la canzone. «Dopo essere stato tutta la vita fan di Pino, mi sono trovato a cantare con lui nel suo soggiorno».
La storia di Gino Paoli va nella direzione opposta. Non racconta una canzone nata, ma una rimasta da fare. Antonacci avrebbe voluto incidere con lui “Eternità”, da “Convivendo”. Ne avevano parlato, ma avevano continuato a rimandare. «Le cose vanno fatte quando le pensi, non quando speri di poterle fare». L’ultima volta che si videro fu durante un pranzo in Liguria. Il figlio piccolo di Antonacci ama “La gatta” e Paoli gliela cantò sottovoce a tavola. Antonacci non prese il telefono. «Quando una cosa ti si stampa in testa non devi stamparla per forza. Non devi avere paura di perderla perché non è nell’hard disk». Al Teatro Grande canta “Una lunga storia d’amore”. A quel punto la riflessione sul tempo che attraversa “Mustang” diventa molto meno astratta. Ci sono cose che si possono rimandare e altre che, semplicemente, a un certo punto non si possono più fare.
Anche “Spirituale” porta il disco in quella zona. Antonacci si definisce cattolico ma non praticante e ammette di guardare con una certa invidia a chi possiede una fede abbastanza forte da parlare della morte come di un passaggio. Non sostiene di aver trovato una risposta. Racconta piuttosto una domanda che si porta dietro da tempo. Da bambino cantava nel coro insieme alla madre. «La musica mi portava dentro la chiesa». La musica, in fondo, sembra avergli fatto spesso da mezzo di trasporto. Prima lo portava fuori dalla cameretta ascoltando “Atom Heart Mother”. Poi gli permetteva di immaginare un palco mentre suonava “Wish You Were Here” con un pezzo di legno. Oggi lo porta a Pompei, nel luogo che proprio quelle immagini gli avevano fatto conoscere. Gli chiediamo quale sua canzone affiderebbe a David Gilmour se potesse entrare in studio con lui. Antonacci non ci pensa molto: “Iris”. Se la immagina ripensata dalla chitarra di Gilmour, con il coro, tutta riverberata. «Sarebbe un sogno». Poi aggiunge: «Però è ancora vivo. Guarda dove siamo». La battuta arriva dopo aver raccontato Gino Paoli e le cose rimandate. Per questo pesa un po’ più di quanto probabilmente intendesse.
Alla fine non serve cercare un’improbabile parentela musicale tra “Atom Heart Mother” e “Mustang”. Il collegamento è molto più semplice. Da bambino Antonacci trovò nei Pink Floyd l’idea che una canzone potesse portarlo altrove. Oggi, a 62 anni, sembra interessato a capire se quella possibilità esista ancora una volta tolto tutto ciò che negli anni si è accumulato intorno. “Mustang” prova a farlo con la vita. “Unplugged 2026” con le canzoni. E Pompei chiude il cerchio in modo quasi perfetto. I Pink Floyd arrivarono qui e trasformarono l’assenza del pubblico in parte dell’opera. Antonacci, che da bambino immaginava di avere degli spettatori davanti mentre suonava contro il muro della sua cameretta, oggi sostiene l’esatto contrario: «Se il pubblico non partecipa, mi intristisco». Può fare a meno degli schermi. Può fare a meno degli effetti speciali. A Tindari ha dimostrato di poter fare a meno perfino della corrente. Del pubblico no. Quello, dopo una vita passata a immaginarlo, gli serve ancora.