«PETER BUCK - Peter Buck» la recensione di Rockol

Peter Buck - PETER BUCK - la recensione

Recensione del 22 ott 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Registrato completamente in analogico. Pubblicato in 2.000 copie. Solo in vinile. Per la piccolissima etichetta Mississippi Records. Informazioni frammentate. Trovarlo è una caccia al tesoro.
Un anno dopo lo scioglimento dei R.E.M., ecco il primo disco solista, quello di Peter Buck. Che, da (retro)maniaco appassionato filologo, ha fatto le cose a modo suo.
Buck è sempre stato il più attivo dei tre: si è perso il conto dei gruppi paralleli che ha messo in piedi, dai Tuatara ai Baseball Project, per non parlare della sua presenza fissa nei Minus 5 e nella band di Robyn Hitchcock. E anche questo album doveva essere quello di una band, i Richard M. Nixon (sigla con cui è stato presentato dal vivo negli ultimi tempi). Però poi qualcuno l’ha convinto a pubblicarlo così, visto che le canzoni le ha scritte in tutto e per tutto lui, in un periodo di convalescenza per un problema alla schiena l’anno scorso, in cui non poteva suonare la chitarra - e si è messo a scrivere pure testi. E a cantare.
Forzando un po’ la mano, si potrebbe dire che “Peter Buck” è quasi un disco dei R.E.M. senza Michael Stipe: è stato inciso con Scott McCaughey (Minus 5, Baseball Project, secondo chitarrista dei R.E.M.), Bill Rieflin (batterista dei R.E.M....). C’è Mike Mills in diversi brani (non si sente, ma c’è); C’è Jacknife Lee (produttore dei...). Ci sono un po’ di amici vari - Corin Tucker, tra gli altri.
E soprattutto ci sono almeno 3-4 colpi al cuore per i fan: “Nothing means nothing” (proprio la canzone cantata dalla Tucker) potrebbe star bene in un qualsiasi disco dei R.E.M., con quell’arpeggio di chitarra, così come la corale ballata acustica “Some kind of velvet sunday morning”, forse la migliore dell’album (e la più buckiana, con quel titolo che gioca con i Velvet Underground e con Lee Hazelwood & Nancy Sinatra). Echi remmiani si sentono nella psichedelica “Travel without arriving”, in "Nothing matters anymore" e in “I’m alive”, che potrebbe essere una outtake di “Monster”.
Ma il disco è molto di più, o molto di meno, a seconda dei punti di vista. C’è blues, c’è rock ‘n’ roll e tanto garage rock, come nell’unica canzone che circola apertamente in rete, “10 million BC”. C'è qualche brano inutile ma inutile davvero, come lo strumentale "Migraine" o il campionamento "LVMF".


In questa canzone o in "I'm alright" sentite pure la voce di Buck, un rauco recitato che non pretende di essere altro. Così come questo disco, alla fine, non pretende di essere il primo passo di una carriera solista. E’ un divertissment di un artista a cui piace fare musica, che la sa fare con un gusto unico e in maniera molto riconoscibile. E’ un disco per appassionati, non per tutti: la caccia al tesoro è parte del gioco e chi scoverà questo album verrà ricompensato.
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