«THE END OF THAT - Plants and Animals» la recensione di Rockol

Plants and Animals - THE END OF THAT - la recensione

Recensione del 20 ago 2012 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Nel febbraio del 2008 mi trovavo per la prima, e unica, volta a New York, presso la “Williamsburgh Music Hall” dove era attesa l’esibizione dei Spinto Band, gruppo indie-pop abbastanza sottovalutato che, in quell’occasione, riuscì a riempire il locale e a divertire tutti i presenti.
In apertura del concerto erano previste due formazioni: una statunitense, presto dimenticata, e una canadese: i Plants And Animals, un trio rock/folk da Montreal che, con poche canzoni, catturò immediatamente il pubblico presente per l’energia, l’ironia e il talento con cui riusciva a mescolare generi diversi riuscendo pure a sforare anche in una jam dal timido sapore jazz. Da allora abbiamo continuato a seguire i Plants And Animals durante la loro carriera proceduta senza clamore riservato ad altri artisti loro connazionali, ma continuando incessantemente il proprio cammino tra video, dischi, tour in tutto il mondo, l’uso di loro canzoni in celebri serie tv come “Chuck” e l’apprezzamento di diversi colleghi come National, Gnarls Barkely, Grizzly Bear ed altri ancora.
Era chiaro a tutti che i tre ragazzi fossero sulla strada giusta, ma nei due dischi pubblicati fino ad oggi i P&A non erano mai riusciti a restituire a pieno l’ottima impressione lasciata dopo quel concerto newyorchese dividendosi tra ottime canzoni come “Bye, bye, bye”, “The field” e “Faerie dance”, ad altre meno degne di nota: come se il loro talento scorresse a corrente alternata impedendogli di confezionare dei dischi che reggessero dall’inizio alla fine.
Questa considerazione sembra essere stata condivisa dalla stessa band, la quale per il nuovo “The end of that” ha completamente rivisto il proprio rituale di registrazione, abbandonando le lunghe e stressanti jam in studio. Il tutto per dedicarsi alla scrittura di un nutrito gruppo di canzoni da scremare un po’ alla volta grazie anche al parere di amici e collaboratori per poi registrare solo quel pugno di brani scelti per il nuovo album. A questo processo si è aggiunta la scelta di utilizzare uno studio fuori dal Canada, precisamente al La Frette Parigi (Francia), dove scrollarsi di dosso tutte le proprie sicurezze ed affidarsi alle cure dell’ingegnere del suono Lionel Darenne, che da poco aveva concluso le registrazioni in California del nuovo album di Feist.
Il lavoro finalmente ha dato il risultato sperato: “The end of that” è sicuramente il miglior disco dei tre canadesi che finalmente sono riusciti a focalizzare le proprie capacità in undici canzoni tra rock e folk dal gusto retrò, dalle tonalità calde ricche di quella grinta che scorgemmo in quel concerto di sei anni fa.
Il disco parte piano con “Before” una dolce ballata acustica illuminata dalla voce di Warren Spicer, che con il tempo si è fatta meno irregolare e più profonda ed espressiva, e dalla chitarra di Nic Basque sempre pronta a esplodere in un assolo, ma mai sopra le righe. Con “The end of that” la band pesca dalla storia del folk americano con un brano solare che si arricchisce di un coro femminile.
“Song for love” è la scintilla che scatena l’incendio, anche qui i toni iniziali partono tenui, ma lentamente la tensione cresce fino ad esplodere nel ritornello, ma è con la splendida “Lightshow” che entriamo nel cuore rock dei Plants And Animals, una cavalcata nervosa come la batteria di Matthew Woody Woodley.
“Crisis!” è uno dei momenti più importanti del disco, sembra partire come una di quelle jam tanto care alla band, ma invece di perdersi nel nulla, come sarebbe accaduto in passato, accumula ritmo e peso minuto dopo minuto arrivando ad un finale esplosivo.
La band decide quindi di mettere in sucessione due canzoni distanti come i due poli terrestri: “2010” che con le sue bordate elettriche potrebbe diventare un vero cavallo di battaglia e “H.C.” un brano acustico di appena 50 secondi con cui la band rifiata, ma allo stesso tempo, dimostra con quale abilità riesce a muoversi su piani emozionali diversi.
Con “Why & why” e “Control me” il cuore ricomincia a correre, ma con “No idea” ci troviamo spiazzati da un pianoforte che introduce uno dei brani migliori del disco con un assolo di chitarra allo stesso tempo vintage e meraviglioso. Il finale però è ancora ricco di energia con “Runaways” che chiude perfettamente un album emozionante come “The end of that” con cui questa band di Montreal finalmente riesce a fornire una prova più che convincente del loro talento frenetico e variopinto.

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