«BORN AND RAISED - John Mayer» la recensione di Rockol

John Mayer - BORN AND RAISED - la recensione

Recensione del 04 giu 2012

La recensione

L’opera di John Mayer è come la scatola di cioccolatini che teneva sulle ginocchia Forrest Gump sulla panchina a Savannah, una volta aperta non sai mai quello che ti può capitare.
Riconosciutogli un talento al di sopra della norma è altresì vero che spesso ha declinato le sue innegabili capacità in vario modo alternando picchi di classe cristallina a pacchiani svarioni che hanno insinuato il dubbio, agli ascoltatori più esigenti, che il ragazzo sia solo un buon entertainer con tanto di bel faccino…non che questa sia una aggravante.
Al tempo della sua ultima uscita, "Battle studies" nel 2009, questo dubbio non solo non veniva fugato ma veniva alimentato tanto da far scivolare il ragazzo a tanto così dal girone delle promesse non mantenute, di quelli con un grande avvenire dietro le spalle.
Ma ora tocca rivedere le opinioni e fare ammenda (quanto meno fino al prossimo album): “Born and raised” è un bel disco, oltre che un bel titolo. Undici canzoni – più la ripresa finale di “Born and raised” – che formano un unicum compatto e senza sbavature. Musica e parole veramente di livello.
La musica è in bilico tra il mood del country meno ortodosso e le atmosfere più rilassate e notturne tipiche del cantautorato californiano. La task force messa insieme da Johnny è degna della Hall of Fame: il maestro Chuck Leavell alle tastiere, Greg Leisz alla pedal steel più alcune incursioni mirate delle pelli di Jim Keltner, della tromba di Chris Botti - che introduce “Walt Grace’s submarine test. January 1967” – per non dire delle angeliche ugole degli inarrivabili David Crosby e Graham Nash nella “Born and raised” che regala il titolo all’album. A volte uno spiegamento di forze di tale fatta produce clamorosi autogol e serve unicamente a gettare fumo negli occhi per distogliere l’attenzione da un prodotto fallato, ma quando si sono composte canzoni con la c maiuscola e in grassetto ecco che il talento dei musicisti sopra citati dona al lavoro tutto un altro rilievo.
Le parole sono assolutamente ispirate e, come la musica, tutta farina del pregiato sacco di John Mayer. In “Queen of California” si recita “Joni wrote ‘Blue’ in a house by the sea, i gotta believe there’s another color waiting on me…to set me free” mentre in “Something like Olivia” il cantante ha il cuore così stregato da rilasciare dichiarazioni come quella che segue “…i’m not trying to steal no love away from no one man but if Olivia herself were at my door i’d have to say i’d let her in”. “Walt Grace’s submarine test, January 1967” è uno straordinario racconto in musica ed è, forse, con “Whiskey, whiskey, whiskey” il capitolo migliore dell’intero disco.
Tra i big che hanno dato il contributo alla riuscita di “Born and raised” non si dimentichi, in cabina di produzione con lo stesso John Mayer, il sessantenne fuoriclasse di lungo corso Don Was.
Non è un disco innovativo e meno che mai rivoluzionario, siamo nel pieno del classico cantautorato a stelle e strisce, però i tre quarti d’ora di “Born and raised” crescono (e molto) ad ogni successivo ascolto. Questo è uno dei migliori dischi dell’anno.


(Paolo Panzeri)
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