«THE LIGHT THE DEAD SEE - SoulSavers» la recensione di Rockol

SoulSavers - THE LIGHT THE DEAD SEE - la recensione

Recensione del 04 giu 2012 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Dopo due ottimi album passati in compagnia del luciferino Mark Lanegan, Rich Machin e Ian Glover si sono affidati al timbro inconfondibile di Dave Gahan per dare voce al loro nuovo capitolo discografico. E’ questa la novità più grossa in casa Soulsavers: un matrimonio nato sul palco, o meglio in un backstage, più o meno tre anni fa. Torniamo quindi per un attimo al 2009. Il tour è quello dei Depeche Mode, l’album da promuovere “Sound of the universe”. I Soulsavers vengono chiamati ad aprire alcune date per il combo di Basildon, e Machin, Glover e Gahan hanno così l’occasione di conoscersi da vicino, parlare, scambiarsi qualche idea sulle rispettive band, fino a decidere di imbastire qualcosa insieme. Dalle parole si passa poi ai fatti, il progetto prende piede abbastanza in fretta, e, per quanto occupato con i live dei DM, Gahan trova comunque il tempo di collaborare costantemente con il duo.

Et voilà: il 21 maggio 2012 esce finalmente “The light the dead see”. Dodici pezzi completamente autoprodotti (come da tradizione), scritti a sei mani dalla premiata ditta Machin / Glover / Gahan, i primi impegnati nel consolidato ruolo di compositori, mentre Gahan in quello di vocalist e autore della totalità dei testi. “The light the dead see” arriva a tre anni di distanza dall’ottimo “Broken” e ne conferma sostanzialmente i (tanti) pregi e i (pochi) difetti. Musicalmente parlando, siamo sempre nei dintorni di quel soul / gospel venato di elettronica, blues, trip hop e country che tanto ci aveva colpito fin dai tempi di “It’ not how far you fall…”, con quel tipico retrogusto da colonna sonora Morriconiana a fare da collante generale. La novità come si diceva in apertura, è data dalla presenza importante di un Dave Gahan totalmente coinvolto nel processo di scrittura. E sarebbe fin troppo facile a questo punto, perdersi in paragoni di ogni genere con la corazzata Depeche Mode. La verità è che “The light the dead see” è un disco che come atmosfera, ricorda molto più da vicino i lavori solisti dello stesso Gahan, “Paper monsters” e “Hourglass”, visti attraverso l’occhio del duo inglese. Niente di più, niente di meno.
Sostanzialmente un disco davvero buono, con momenti particolarmente riusciti come la dolorosa traccia d'apertura “In the morning”, “Gone too far”(senza dubbio il pezzo migliore, con un Gahan tormentato come ai tempi d’oro), l’incredibile supplica gospel “Take me back home”, la ballata “Bitterman” e il singolo “Longest day” - accusato da più parti di essere fin troppo simile al più celebre singolo dei Soulsavers, “Revival”, ma per come la vedo io, finché il risultato è questo, che continuino pure a copiarsi - e altri meno efficaci, vedi i due strumentali “La Ribera” e “Point sur Pt.1”, chiamati ad aprire rispettivamente lato A e lato B in maniera abbastanza trascurabile, e le poco convincenti “Presence of God” e “I can’t stay”.

Un disco che non ha la pretesa di rivoluzionare un modo di scrivere ormai consolidato, ma che affronta la questione sotto il punto di vista interpretativo. Un po’ come nei film di James Bond: il personaggio rimane sempre lo stesso, le storie idem, ma ogni volta cambia il regista e, ciclicamente, anche l’attore protagonista, regalando quel qualcosa di nuovo e originale in grado di mantenere intatto lo spirito e vivo l’interesse. Nell’episodio “The light the dead see”, a Lanegan è succeduto Gahan, ma i Soulsavers sono rimasti intatti nella loro essenza. E se noi possiamo arrivare addirittura a prenderci il lusso di accontentarci di un disco come questo, il motivo è che i Soulsavers ci vanno bene proprio così: capaci di grandi pezzi, resi ancora più grandi da interpreti d’eccezione chiamati a metterci del loro. I Soulsavers con Dave Gahan suonano meravigliosamente come i Soulsavers con Dave Gahan. Mica poco: il colpo di scena sarà per un’altra volta.

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