«SWEET HEART SWEET LIGHT - Spiritualized» la recensione di Rockol

Spiritualized - SWEET HEART SWEET LIGHT - la recensione

Recensione del 16 apr 2012 a cura di Valeria Mazzucca

La recensione

E così, gli Spiritualized sono tornati. Jason Pierce e la sua formazione (in continuo cambiamento) hanno dato alle stampe il loro settimo capitolo discografico, battezzato "Sweet heart sweet light", che arriva a quattro anni dal precedente "Songs in A &E". E da allora, qualcosa è cambiato. Sarà per via della gravissima polmonite che colpì J. Spaceman (soprannome del frontman e anima del gruppo, da quando militava negli Spaceman 3), ai tempi di "Soul on fire" e "Sweet talk"; sarà perché questo disco, invece, è stato composto durante la sua lunga convalescenza. Fatto sta che in "Sweet heart sweet light" e nelle 11 tracce che lo compongono - e forse nello stesso Pierce - c'è qualcosa di più chiaro e lucente, una spiritualità più semplice e facile da decifrare. C'è qualcosa di più "pop", insomma, che si fa spazio tra le atmosfere surreali e distorte tanto care agli Spiritualized che avevamo imparato a riconoscere.
Già appare chiaro dalla prima traccia, la breve intro strumentale "Huh?" in cui archi e fiati si spingono al limite del bucolico preparando il terreno a "Hey Jane", il singolo che ha anticipato l'album. E del singolo questa canzone ne ha tutte le caratteristiche perché è orecchiabile, è cantabile, o canticchiabile, perché ha un ritmo veloce e una melodia coinvolgente. Questo nei primi 3 minuti, poi tutto si scioglie, si trasforma in un'onirica corsa di 5 minuti che ci ricorda dove gli Spiritualized avevano interrotto il discorso tre anni fa. Così Il brano rotola verso un finale che tanto ricorda Damon Albarn e il suo "Oh my baby, oh why, oh my" ripetuto potenzialmente all'infinito sul finale di "Tender" dei Blur. "Sometimes i wish that i was dead", inizia così "Little girl", terza traccia dell'album che rallenta decisamente il ritmo dell'album e che dà l'impronta ai pezzi successivi, "Get what you deserve" e "Too late", nei quali a farla da padrona sono le liriche ricche di parole di conforto, speranza e consolazione. Il testo di "Too late", in particolar modo, ha una valenza religiosa molto forte, manco fosse un salmo - verrebbe da dire. Con "Headin' for the top now" il disco riprende un po' di quel vigore perso per strada dopo lo sprint iniziale e Mr. Spaceman si lancia in un'altra corsa di sette minuti che si sviluppa in un crescendo di chitarre distorte, eccitamenti orchestrali e cori angelici. Fino ad arrivare a un vero e proprio inno alla liberazione, "Freedom" appunto: il brano parte lento, molto lento, come una ninnananna, per poi schiudersi in un potente ensemble di voci che con forza ci invita a "prenderci la nostra libertà, che è lì. Se lo vogliamo". Un'ulteriore accelerata prima della fine è data dalla bella "I am what i am", scritta a quattro mani con "Mac" Rebennack, in cui Pierce, con quel suo tono ruvido, caldo e sprezzante alla Lou Reed canta sul ritmo dritto e sostenuto delle chitarre di Tony "Doggen" Foster e John Coxon (già militante nel duo elettronico Spring Heel Jack). "Mary", nono e penultimo brano sembra solo procrastinare il fatidico momento in cui il sipario si chiude e si tirano le somme di questo "Sweet heart sweet light" (sempre che non lo si voglia riascoltare da capo). Giunti ai saluti finali, arriva persino Poppy Spaceman, la figlia undicenne di Jason, che accompagna il padre con la sua flebile e dolce voce sulle note di "So long you pretty thing".
E' forse quest'ultima canzone a racchiudere l'essenza intera del disco, quel cuore tenero e quella luce soave suggeriti dal titolo che non indicano solo la disposizione d'animo con cui l'album è stato creato, ma anche il modo per ascoltarlo: contestualizzandolo cioè all'interno della vicende personali del suo autore. Se preso in quest'ottica ,"Sweet heart sweet ligth" risulta un buon disco, tutto sommato piacevole, anche se pericolosamente vicino al limbo dei "già sentiti".

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