«ENSLAVED - Soulfly» la recensione di Rockol

Soulfly - ENSLAVED - la recensione

Recensione del 19 mar 2012 a cura di Andrea Valentini

La recensione

"Blood is thicker than water", dicono gli inglesi per indicare come i legami di sangue e parentela, che piaccia o no, sono più forti di qualunque altra cosa. E questo modo di dire potrebbe essere un degno sottotitolo all'ottavo lavoro in studio dei Soulfly, undici brani che tutti insieme compongono "Enslaved" - appena uscito per Roadrunner... già, perché già dai primi brani è palese, cristallino addirittura, come Max Cavalera disco dopo disco abbia "sepulturizzato" i suoi Soulfly.
Insomma, l'allontanamento dai Sepultura avvenuto nel 1996 sembra che stia iniziando a pesare molto sul buon Max e lo dimostrano i fatti: se "Blunt force trauma" (2011) del progetto Cavalera Conspiracy aveva fortissimi echi che richiamavano i Sepultura di "Arise" e "Chaos A.D.", "Enslaved" può essere efficacemente descritto come una versione di "Arise" strafatta di crack (frase pronunciata proprio dal neo-batterista dei Soulfly, David Kinkade).
In soldoni, dunque, l'ottavo lavoro dei Soulfly è un violentissimo disco di thrash-core: è heavy come ci si aspetta, è impietoso e scatenato, è scuro e catarroso, pieno di riff da pogo selvaggio oltre che di accelerazioni e stop. Tutti gli ingredienti del provetto thrasher, insomma... il problema è che sono combinati assieme in maniera troppo scolastica. Avete presente i compiti in classe copiati dal Bignami, quelli formalmente ineccepibili perché privi di errori palesi, ma senza personalità e impregnati di olezzo di fotocopia? Ecco, in parte "Enslaved" lascia questa sensazione: è un disco inattaccabile secondo i canoni più superficiali e di conseguenza impossibile da bocciare... però manca del guizzo, della voglia di rischiare e di sperimentare che i Soulfly hanno avuto dagli esordi. Se in passato la band si addentrava spesso, volentieri e con risultati interessanti in territori world music (uno dei pallini di Max Cavalera fin dai tempi dei Sepultura di "Roots"), progressivamente questa attitudine sembra essere svaporata; e infatti i Soulfly, da qualche album a questa parte, hanno intrapreso la strada del ritorno alle origini di un sound che, però, non è mai stato al 100% il loro, ma piuttosto appartiene ai Sepultura dell'era più gloriosa.
I fan del thrash metal primordiale, semplice e senza fronzoli troveranno in "Enslaved" l'ennesimo album sulle cui note massacrarsi pogando tra i mobili di casa o sotto al palco, su questo non c'è il minimo dubbio. Gli interrogativi si fanno, invece, insistenti quando si riflette sul fatto che, prediligendo album sempre più improntati al thrash metal generico, i Soulfly stanno in qualche maniera perdendo la propria personalità e - si perdoni la durezza del giudizio - anche la ragione fondamentale per cui esistono. Si stanno trasformando in ottimi imitatori dei Sepultura d'annata, condannandosi a divenire un elemento ridondante; se poi pensiamo che i Cavalera Conspiracy stanno percorrendo la medesima via, non è inverosimile che prima o poi i fan si trovino a scegliere se continuare a comprare i dischi dei Soulfly, oppure spendere il proprio denaro in quelli del Cavalera Conspiracy - dove tra l'altro i due fratelli Cavalera suonano insieme, accentuando il ghiotto sapore di utopica reunion dei Sepultura.
Per concludere: i Soulfly hanno sfornato un album onesto, ma paiono in affanno a livello di ispirazione e originalità. Anzi, c'è quasi da domandarsi se una vera reunion dei Sepultura nella formazione classica (eventualità su cui si sono succedute voci e rumor a catena) non sarebbe risolutiva, dando a Max il giusto terreno su cui esprimere il suo lato più thrash e lasciandogli i Soulfly come ambiente di sperimentazione. Potrebbe essere l'uovo di Colombo, ma chissà...

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