«RINGO 2012 - Ringo Starr» la recensione di Rockol

Ringo Starr - RINGO 2012 - la recensione

Recensione del 06 feb 2012 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Escono praticamente in contemporanea gli album dei due Beatles superstiti: e di nessuno dei due, a dirla tutta, si sentiva davvero il bisogno.
Quello di Paul McCartney, “Kisses on the bottom”, è in sostanza un disco di cover con un paio di inediti; il repertorio è di canzoni fra le due guerre, più o meno, e il risultato è ingiudicabile: l’apprezzamento di un lavoro come questo è troppo legato da una parte all’interesse dell’ascoltatore per quel genere di canzoni, dall’altra alla quantità di stima che l’ascoltatore nutre per l’interprete. Io mi asterrò, non vogliatemene.
L’album di Ringo, invece, contiene quattro canzoni già note su nove (e su un totale di durata di nemmeno 30 minuti). Il che, dal mio punto di vista, non è certamente un limite - meglio mezz’ora buona che un’ora scadente. Il problema è che qui anche la mezz’ora non è entusiasmante (eufemismo).
Vediamo meglio la tracklist. “Wings” viene da “Ringo the IV” (1977): non era granché allora, mi sembra uguale, se non peggiorata, nel rifacimento. “Step lightly” viene da “Ringo” (1973): mi piaceva parecchio nella versione originaria, quando l’ho risentita rifatta quasi non la riconoscevo (e avrei preferito non riconoscerla). “Think it over” è una buona cover di Buddy Holly; mi pare, ma non ho modo di controllare, che sia la stessa inclusa tempo fa nell’album-tributo “Listen to me”. L’arrangiamento rimanda un po’ a quello di “You’re sixteen”, roba di Ringo del 1973; allegro, entusiastico, magari appena un pochino sopra le righe ma non male, anzi.
“Rock Island Line” è, se non sbaglio, la prima versione ufficialmente pubblicata da un Beatle del più grande successo (1955) di Lonnie Donegan, il “re dello skiffle” britannico; una passeggiata, per Ringo, che è nel suo elemento e se la cava alla grande.
Ne restano cinque, e qui cominciano le dolentissime note.
Un giornalista del “Daily Express”, Martin Townsend, ha scritto testualmente, a proposito di “2012”: “E finalmente Ringo tocca il fondo con quello che è probabilmente il peggiore di tutti gli album mai pubblicati da un Beatle da solista. Grazie a Dio, dura solo 28 minuti”. Eppure alla realizzazione del disco ha collaborato gente come Dave Stewart e Joe Walsh - e probabilmente potrei citarvene anche altri, se non fosse per questa maledetta necessità di recensire i dischi ascoltandoli in streaming, e senza avere in mano una confezione, un libretto, uno straccio di comunicato stampa e i testi delle canzoni (i testi, comunque, si capiscono abbastanza - e non è detto che in questo caso sia un bene).
Allora, quali si salvano, delle cinque canzoni inedite? Diciamo che “Samba” è accettabile, anche in considerazione del fatto che è stata scritta (da Ringo) con Van Dyke Parks. E si salva “In Liverpool”, che anzi è il momento migliore del disco. “In Liverpool” è la terza puntata delle memorie cantate di Ringo; il quale ha promesso/minacciato che non scriverà un’autobiografia, perché tanto a tutti interesserebbero solo quegli otto anni che ha passato nei Beatles, ma che in ogni disco metterà una canzone autobiografica: ha cominciato in “Liverpool 8” con la canzone che intitolava il disco, ha proseguito in “Y not” con “The other side of Liverpool”, e qui c’è, appunto, “In Liverpool” (curiosamente anche Paul McCartney ha una canzone intitolata così: è uno dei bonus del DVD del “Liverpool Oratorio”). Ma è, “In Liverpool” intendo, un’occasione mancata. Un pochino il nodo alla gola lo fa venire, eh, intendiamoci; ma non ce la fa ad essere il grande pezzo del quale Ringo avrebbe tanto bisogno per giustificare la propria presenza sul mercato discografico. La melodia deve qualcosa a “Waterloo sunset” dei Kinks, l’arrangiamento deve qualcosa a “Make me smile” dei Cockney Rebel (“oooh la la”), il testo ha spunti emozionanti ma resta lì, non approfondisce e non avvince.
“Anthem”, “Wonderful” e “Slow down” (che, no, non ha niente a che vedere con quella di Larry Williams incisa dai Beatles) sono canzoni pressoché inutili; che è peggio di brutte, ahimé. Come, in sostanza, questo album; magari non “il peggiore di tutti gli album mai pubblicati da un Beatle da solista”, come ha scritto il collega inglese, ma insomma... Resto della mia opinione, già espressa recensendo “Y not” e corroborata dalle due cover incluse in “Ringo 2012”: Ringo deve cantare cover, preferibilmente di canzoni che appartengono alla sua storia e alla sua formazione musicale, come ha fatto con buoni risultati all’inizio della propria carriera solista (in fondo, il suo “Sentimental journey” è il modello ricalcato 42 anni dopo da McCartney con “Kisses on the bottom”). Altrimenti, o trova autori di fiducia e bravi - ci vorrebbero un Lennon, o un McCartney, o anche un Harrison... - oppure gli converrebbe lasciar perdere la produzione discografica e dedicarsi agli spettacoli dal vivo: in quelli diverte e commuove sempre e comunque.
Peace & Love.

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