«DARK ADRENALINE - Lacuna Coil» la recensione di Rockol

Lacuna Coil - DARK ADRENALINE - la recensione

Recensione del 06 feb 2012 a cura di Rossella Romano

La recensione

Certi artisti, prima di essere riconosciuti nel proprio Paese d’origine, devono fare giri immensi per ottenere la gloria anche in Patria. Questo è il caso celeberrimo degli altrettanto ormai celeberrimi Lacuna Coil, i quali, prima di assicurarsi “fortune&fame” in Italia, hanno dovuto girare mezzo Mondo, vivere il “sogno americano” per poi essere accolti a braccia aperte anche da noi.
Stiamo parlando degli ormai lontani inizi degli anni 2000, che segnano l’uscita dei primi album della band milanese, da “In a reverie” a “Comalies”, che contiene il singolo “Heaven’s a lie”: pezzo profondo e dal sapore metal, consacra i nostri a nuovi esponenti del genere ed elegge Cristina Scabbia “sex symbol” universale. Arriviamo ad oggi con “Dark adrenaline”, dodici tracce dal tocco scuro, scurissimo. Il titolo è indicativo delle sonorità alle quali ci si appresta: solenni, velatamente gotiche e molto più hard, quasi a voler dare una svolta compositiva dopo “Shallow life”, a detta di molti, il disco “meno potente” della band. La tracklist di questa “adrenalina oscura” si apre con “Trip the darkness”, primo singolo estratto dall’album, giusto per dare un assaggio di ciò che ci aspetta: ritmo solenne, tanta chitarra e molta, moltissima batteria. E’ risaputo che, oltre alle potenti voci di Andrea e Cristina, la band può vantare, tra le sue fila, musicisti di altissimo livello, che danno il meglio di se stessi durante i live. Si prosegue con “Against you” e “Killing the light”, due pugni allo stomaco per l’impatto sonoro, violento ed energico, adattissimi ad essere dei cosiddetti “brani da sfogo”, da ascoltare per dare libera uscita a pensieri negativi ed arrabbiature di ogni sorta. I colpi decisi della batteria di Cristiano Mozzati ti colpiscono come proiettili, smuovendoti l’anima. Arriva, poi, “Give me something more”, ballad introspettiva, il cui ritornello recita: “I can't deny, don't ask me why, I feel the pressure everywhere, It starts inside, it rocks in pain, It knocks me down, am I insane?”. Rappresenta perfettamente il dolore ed il tumulto del proprio essere. “Upsidedown” è uno dei pezzi più schitarrati e violenti del disco, la “dark adrenaline”, in questo caso, si sente eccome. Altra ballad per “End of time”, romantica, traccia la scia di un amore davvero sentito. Crisitina canta: “I belong to you, I’m a part of you”, e cosa di c’è di più spettacolare dell’appartenere, corpo e anima, a qualcuno? A seguire, si è pervasi da “I don’t belive in tomorrow”, nel quale vengono sviscerati, senza mezze misure, le incertezze e le frustrazioni, il non credere più a chi fa vane promesse e la consapevolezza che non esiste il “vissero felici e contenti” delle fiabe. “Intoxicated” e “The army inside” mantengono alto il ritmo con melodie super rock e riff graffianti, per non smorzare l’adrenalina. A sorpresa, ecco la cover di “Losing my religion” dei R.E.M., un bel po’ più tetra dell’originale ma comunque efficace. I Lacuna con le rivisitazioni ci sanno davvero fare: è degna di nota la loro versione di “Enjoy the silence” dei Depeche Mode. Chiusura lineare ed in tono con il resto del disco lasciata a “Fire” e a “My spirit”, più la bonus track “Soul inmate”, per intenditori. Cristina Scabbia e soci hanno cercato di ritornare alle origini, con questo album, sia a livello testuale e compositivo, cosa che i cultori della band hanno di certo notato e apprezzato. C’è da dire che i Lacuna Coil hanno sdoganato una corrente musicale, forse un po’ ostica ai più, rendendola fruibile anche a chi non ha nulla a che fare con capelli lunghi, abiti scuri ed “headbanging”. Good job, guys.
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